Gozi (Pd): «Letta non cade, Berlusconi si. Spero si dimetta lui prima del 9. Sogno una maggioranza Pd-Sel e Radicali»

06 settembre 2013 ore 14:29, Marta Moriconi
Gozi (Pd): «Letta non cade, Berlusconi si. Spero si dimetta lui prima del 9. Sogno una maggioranza Pd-Sel e Radicali»
“La fine del governo Letta è vicina? No, siamo alla battute finali del ciclo Berlusconi. Spero si dimetta lui prima del 9, come avrebbe già dovuto  fare”. Così il deputato del Pd, Sandro Gozi, ad IntelligoNews. Gozi non crede alla crisi di governo che potrebbe essere provocata solo da Berlusconi. Quanto ai ministri pidiellini che vengono indicati come pronti alle dimissioni dichiara: «Spero siano voci. Tra l’altro la legge Severino è stata voluta e votata dagli stessi ministri che ora minacciano di lasciare. La loro sorte mi interessa poco comunque. L’importante è che prima di eventuali elezioni siano approvate la legge di stabilità e quella elettorale». Poi il deputato dem, prodiano prima e renziano oggi, parla di Matteo e sugli ultimi endorsement specifica: «Non si deve ripetere l’esperienza di Veltroni: tutti avevano sostenuto la sua candidatura, ma si era trattato non di un’adesione al progetto del Lingotto, quanto ad un nome vincente. Ecco, di questo non abbiamo bisogno. E sbaglia chi vuole impostare il nuovo congresso così: Ppi con Renzi, ex Pci con Cuperlo. ». E poi guarda al futuro dando un calcio la passato: «I dirigenti storici che aderiscono al progetto lo devono fare come atto di generosità non come atto di sopravvivenza. Devono esserci dei nuovi protagonisti». Si parla di dimissioni dei ministri pidiellini. Crede il governo Letta sia agli sgoccioli? E chi ne sarà responsabile? «Io credo che siamo alle battute finali del ciclo Berlusconi, che da troppo tempo tiene in ostaggio l’Italia e il Parlamento. Continua a farlo in questi giorni in maniera evidente. Spero che i ministri del Pdl dimostrino senso di responsabilità quindi non credo alle dimissioni. Comunque non porteranno alla caduta del governo. E poi quando sei ministro non ti puoi dimettere perché il leader del tuo partito non vuole accettare una sentenza passata in giudicato. Spero quindi che siano voci. Tra l’altro la legge Severino è stata voluta e votata dagli stessi ministri che ora minacciano di lasciare. La loro sorte poco mi interessa. L’importante è che prima di eventuali elezioni siano approvate la legge di stabilità - perché ci sono importanti decisioni economico e sociali da prendere - e la legge elettorale». Ma il Pdl ha passato al Pd la palla che segnerà il destino dell’esecutivo. «E’ un modo di fare “lunare”, dato le importanti decisioni che dobbiamo prendere per gli italiani. Noi non abbiamo il cerino in mano. Per me la retroattività è perfettamente applicabile, ma quello che continuo a chiedermi è perché Berlusconi non sia dimesso prima. Perché tiene in ostaggio il Paese e blocca il dibattito politico. Qualsiasi leader responsabile di qualsiasi Paese democratico lo avrebbe già fatto. Spero che lo possa ancora fare, prima del 9». E il Letta-bis lo ritiene alle porte? Chi ne farebbe parte? «Ha un senso solo se non sarà stata ancora approvata la legge di stabilità e la legge elettorale, altrimenti non avrebbe senso andare a votare. Sarebbe aperto a tutto il parlamento e tutte le forze che vogliono sostenerlo. Tutti tranne quei membri del Pdl che vorrebbero legare le sorti dell’Italia a quelle del pregiudicato Berlusconi». Parliamo del Congresso Pd. L’ultimo endorsement a Renzi è stato quello di Franceschini. Tutti sul carro di Matteo. Ma non si rischia si appesantirlo troppo e bloccarlo? «Io ho deciso da tempo di sostenere Renzi. Sono contento che ci sia un grande consenso attorno a lui. Ma la cosa che va evitata è ripetere l’esperienza di Veltroni: tutti avevano sostenuto la sua candidatura, ma si era trattato non di un’adesione al progetto del Lingotto, quanto al nome vincente. Ecco, di questo non abbiamo bisogno. Altrimenti già il giorno dopo dovremmo difenderci dagli attacchi, come accade a Veltroni. Noi siamo per rinnovare l’Italia, attraverso il cambiamento della classe dirigente del Paese: quindi vuol dire che i dirigenti storici che aderiscono al progetto lo devono fare come atto di generosità e non come atto di sopravvivenza. Devono esserci dei nuovi protagonisti. E occorre riprendere gran parte del progetto dell’Ulivo mai mantenuto». Come superare le difficoltà che stanno affossando il centro-sinistra? «E’ semplice. Chi ha tenuto il Pd in ostaggio e stretto da un patto tra alcuni maggiorenti, ex Ppi ed ex Ds e Pci, non ha più la credibilità per interpretare un progetto che sarà radicalmente diverso. Si tratterà di un grande partito aperto e unico di centro-sinistra». Cosa ha in mente quando parla di partito aperto e unico di centro-sinistra? «Ci sono molti punti che mi uniscono, anche alcuni che mi dividono, da Mario Staderini e Gennaro Migliore. E quindi sogno un partito del rinnovamento, aperto a Sel e ai Radicali, in cui si superino la logica degli ex». Ma se è stata difficile la fusione Ds e Margherita, come superare le divisioni aprendo ancora di più? «Sbaglia chi vuole impostare il nuovo congresso così: Ppi con Renzi, ex Pci con Cuperlo. Nessuno di loro due propone questa strada. E’ la logica che ha distrutto il partito. I tentativi di strumentalizzazione delle due candidature vanno respinti». Ma qualcuno voterà Renzi non condividendolo in toto, sperando di fargli cambiare idea. «Ecco, proprio quello che mi fa ridere. Saranno delusi, sarà Renzi a far cambiare idea loro». Nel Pd renziano l’impronta social-democratica si avvia comunque ad essere minoranza. «Non ho mai ritenuto che il Pd, forza democratica nuova, del XXI sec., potesse basarsi su identità del XIX sec. Non poteva essere un partito socialdemocratico, né liberale come alcuni volevano. Non si può guardare al passato se si guarda avanti, a costruire il futuro. La scelta di Renzi è quella di costruire un’alternativa di centro-sinistra progressista che guardi alle forze europee simili. Anche in Germania la social-democrazia si sta ripensando, a livello interno e internazionale. Comunque vadano le elezioni tedesche, ci sarà un cambiamento in questo senso».
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