Effetto Expo e Mose nei ‘lavori in corso’ di Renzi&C

07 giugno 2014 ore 10:20, Lucia Bigozzi
Effetto Expo e Mose nei ‘lavori in corso’ di Renzi&C
4 maggio, 4 giugno 2014: coordinate temporali che circoscrivono due dossier che nessuno avrebbe voluto vedere riaperti, da Tangentopoli in poi. E sul cui frontespizio continua a campeggiare una parola: corruzione.
E’ la settimana del Mòse: trentacinque arresti, un centinaio di indagati, venticinque milioni di “fondi neri” su cui gli inquirenti vogliono fare luce. Sulla più grande opera di ingegneria idraulica, ‘studiata’ con attenzione perfino dagli americani che a New York hanno un problema simile all’acqua alta veneziana, finisce il fango di un ‘sistema di potere’ che per la Procura tiene legati (o collegati) politici, imprenditori e uomini dello Stato in divisa. Nel registro degli indagati finiscono, tra gli altri, il sindaco di Venezia, Orsoni e l’ex governatore del Veneto Galan, entrambi pronti al confronto con i magistrati e certi della loro estraneità ai fatti. I NODI DI RENZI. Al di là delle singole posizioni, il dossier Mòse come quello Expo pesano come macigni sull’immagine dell’Italia e si aggiungono alle “matasse” politiche che già Renzi deve districare nel delicato cammino delle riforme e dell’agenda di governo: dal patto con Berlusconi che Berlusconi pare intenzionato a disconoscere (almeno stando ai proclami della campagna elettorale), ai maldipancia dem sulla riforma del Senato che neppure la vittoria schiacciante alle europee è riuscita a curare. No, i bersaniani e la minoranza interna aspettano il governo al varco, anzi a Palazzo Madama, dove una ventina di senatori Pd hanno firmato emendamenti che riassumono e rilanciano il senso del ddl Chiti e di fatto affossano la mediazione renziana con gli alleati tentata sul modello francese. Renzi è premier da tre mesi e con i guai di Expo e Mòse non ha nulla a che vedere, ma certo le questioni chiamano in causa una classe politica che lui vorrebbe rinnovare ma che ancora è ben presente nelle istituzioni, ai vari livelli sono lì, sul tavolo di Palazzo Chigi insieme ai poteri operativi che dalla prossima settimana saranno assegnati al magistrato anti-corruzione Raffaele Cantone. “ORSONI CHI?”. L’uscita del fedelissimo del premier, Luca Lotti (sottosegretario) su “Orsoni chi?” è sembrata uno scivolone politicamente rilevante dal momento che Orsoni sarà stato pure un candidato indipendente ma il Pd lo ha scelto, sostenuto e ci ha puntato per battere Brunetta. Frase infelice che se dal punto di vista della filosofia renziana vuole significare una cesura netta tra il passato e il presente, ha provocato polemiche a non finire tra gli stessi dem (vedere la critica di Stumpo) per lo stesso motivo ma a parti rovesciate. RIFORME IN FREEZER. Le riforme-base, ormai stra-annunciate e stra-calendarizzate, sono ancora ferme. Nonostante l’ottimismo ribadito non più tardi di ieri dal ministro ‘al ramo’ Maria Elena Boschi. Ottanta euro, Irap e Irpef hanno accanto la croce del “fatto” ma su Senato, Italicum, Sblocca-Italia, e pagamenti alle imprese dei debiti della Pubblica amministrazione le caselle restano bianche. In mezzo il semestre europeo e la rinegoziazione dei patti rigoristi. Strada in salita per Renzi, nonostante la ‘forza’ di un voto che a livello europeo va in controtendenza con i colleghi del Pse, perché se la parole hanno un senso, quelle pronunciate da Jean Claude Junker (Ppe) suonano stonate per Palazzo Chigi: il candidato alla presidenza della Commissione europea riconosce che crescita e occupazione sono le priorità per l’Europa, ma ribadisce di non essere a favore di un allentamento delle regole di bilancio per l’Italia di Matteo Renzi e la Francia di Francois Hollande. Precisazione che – rivela il Guardian - è arrivata durante una riunione a porte chiuse del Ppe, a Bruxelles. Parlando in tedesco, forse non a caso, il candidato del Partito popolare europeo alla presidenza della Commissione Ue ha detto: "La crisi non è ancora finita. Se adesso dessimo il segnale che andremo in una direzione totalmente diversa, sarebbe un segnale sbagliato. La politica di bilancio deve restare così com’è”. Poi in inglese ha chiosato: “Altrimenti manderemmo all’aria (in realtà l’ex premier ha usato il termine ‘fuck’, ndr) la nostra stessa credibilità”. Lavori in corso…
autore / Lucia Bigozzi
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