In Egitto rischia di arrivare la rivoluzione vera: il default

08 luglio 2013 ore 9:36, Alfonso Francia
In Egitto rischia di arrivare la rivoluzione vera: il default
Tra sei mesi il paese più popoloso del mondo arabo finirà in default, lasciando novanta milioni di persone in preda al caos istituzionale ed economico. È la previsione – degna di un film catastrofico - che la Merrill Lynch fa sull’Egitto all’indomani del golpe che ha destituito il presidente Morsi e riportato i militari al potere.
Secondo la banca d’investimenti il disastro è inevitabile, e legato a un dato molto semplice: in assenza delle riforme promesse da Morsi e ora ovviamente bloccate, il Fondo Monetario Internazionale non fornirà i 15 miliardi di dollari di aiuti di cui l’Egitto ha bisogno nel 2013 per pagare i debiti e i fornitori. Senza questi soldi, l’unica opzione sul tavolo è dichiarare lo stato di emergenza. La cronica dipendenza del Paese dei faraoni dagli aiuti stranieri non è certo storia recente: il Cairo ha sempre contato sui generosi assegni di Washington per andare avanti. Ma negli ultimi due anni la situazione si è fatta decisamente più pesante, perché le continue rivoluzioni, proteste e violenze di piazza, hanno depresso l’unica industria vitale nel Paese; il turismo. Secondo i calcoli pubblicati dallo stesso Ministero del Turismo – che certo non ha interesse a far circolare cifre tanto allarmanti – nel primo trimestre del 2013 i flussi dei visitatori sono diminuiti del 17,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E non è che il 2012 fosse stato un anno da record, anzi. Nei dodici mesi erano transitati appena 12 milioni di turisti, contro i 14 del 2010, l’ultimo anno di regno di Mubarak. Inoltre quei pochi viaggiatori erano stati attratti con offerte aggressive, a costi bassissimi; ecco perché dai 46 miliardi raccolti nel 2010 si era scesi ad appena 13 miliardi due anni dopo. Detto in percentuali: prima della primavera araba il turismo garantiva il 12% del Pil del Paese, ora siamo scesi al 4%. Durante il permanente stato di agitazione abbiamo visto prima salire al potere il membro di una organizzazione politica – i Fratelli Musulmani – considerati poco meno che terroristi dagli Stati Uniti, poi una serie impressionante di proteste di piazza e infine la deposizione del governo eletto a opera delle forze armate. L’assenza di un potere stabile ha portato alla crescita vertiginosa del tasso di attività criminale: gli omicidi sono cresciuti addirittura del 300% dal 2011 a oggi. Ce n’è abbastanza per allontanare i vacanzieri pure dalle zone meno turbolente del Paese, come le spiagge del Mar Rosso. Bloccati gli aiuti del mondo occidentale, l’Egitto può sperare solo negli sceicchi che dalla Penisola Araba guardano con apprensione all’ennesima rivoluzione all’ombra delle piramidi. Il sovrano del Qatar già garantiva 8 miliardi di euro l’anno ed è disposto ad aumentare gli esborsi, ma secondo la Hsbc servono almeno 33 miliardi per tenere in piedi il Paese e consentire al nuovo governo di sostenere il rifinanziamento degli aiuti ricevuti dall’Fmi negli anni passati. Anche se i sospirati aiuti dovessero arrivare, si tratterebbe di una medicina molto amara per l’Egitto, che dopo essere stato per decenni il Paese guida del mondo arabo dovrebbe adattarsi alla parte del parente indigente, costretto a elemosinare l’aiuto dei vicini per sopravvivere. Non c’è comunque molto tempo per stabilire un piano di azione: le riserve valutarie del Paese sono passate dai 36 miliardi di dollari del 2010 ai 13 attuali. I sei mesi di tempi calcolati dalla Merrill prima del default potrebbero essere persino di meno. Sembrano pensarla così Moody’s e S&P, che hanno già valutato i titoli di Stato CCC+, appena un livello più su della spazzatura. Se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente, un Paese più popoloso della Germania e fondamentale per la garanzia degli equilibri nell’area più calda del pianeta precipiterebbe nell’anarchia.
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