Beni culturali ai privati. Sapelli d’accordo con Librandi: «Come al British Museum». Per Vaciago: «Ricchi privati? Arrivano i cinesi»

08 luglio 2013 ore 14:54, Marta Moriconi
Beni culturali ai privati. Sapelli d’accordo con Librandi: «Come al British Museum». Per Vaciago: «Ricchi privati? Arrivano i cinesi»
I drammatici dati diffusi dal Ministero per i Beni Culturali stanno facendo discutere: quasi 10 milioni di euro in meno rispetto al 2012 per le "spese per interventi urgenti per le emergenze" e una disponibilità sempre minore per il 'programma ordinario dei lavori pubblici'. Tra i primi ad aprire il dibattito Gianfranco Librandi (SC) che ha dichiarato: “Dato che risorse pubbliche da stanziare non ce ne sono, e anche se ce ne fossero sarebbero insufficienti, l'unica strada é quella di coinvolgere i privati nella gestione dei beni culturali. Solo così potranno essere valorizzati e diventare la forza propulsiva del nostro Pil. Spero che su questo il ministro Bray avvii una seria riflessione".  Apriti cielo. Chi polemizza con lui fa parte di quella schiera politica terrorizzata dal fatto che possa succedere di nuovo che un “Matteo Renzi qualsiasi” possa appropriarsi del Ponte Vecchio, facendolo diventare una location delle tante e affittandolo per una festa . E che dire del modello Colosseo, ridotto a una bellezza da sponsorizzare e il cui brand appartiene, ora, all’imprenditore Della Valle? Ma qui la questione è un’altra, e poco ha a che vedere con l’arricchimento sfrenato e predatorio di qualche ricco investitore, quanto con la salvezza dei nostri musei, delle nostre rovine storiche, della  nostra storia. E vale la pena parlarne. Perché 40 milioni di euro di bollette non pagate non attendono. Così abbiamo deciso di aprire su IntelligoNews un dibattito, vero, sullo stato del patrimonio culturale italiano. Basta con il silenzio assordante, denunciato anche dallo stesso Librandi. Mettiamo a confronto opinioni prestigiose per trovare una soluzione. La prima è quella dell’economista Giulio Sapelli, ordinario di Storia Economica presso l'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Analisi Culturale dei Processi Organizzativi, che è d’accordo a coinvolgere i privati: «E’ una strada intrapresa in tutto il mondo. Basta guardare al British Museum. O a quelle attività archeologiche sparse nel globo e date in gestione a privati. Non si può che aprire a queste modalità i nostri beni culturali, purché ci siano regole deontologiche che vengano rispettate». E’ positivo Sapelli e non teme pericoli per il patrimonio statale amministrato dai privati: «Mica si svende la nostra ricchezza culturale, la si valorizza al meglio con competenze manageriali ma anche mettendo a frutto quelle della sovrintendenza che sono elevate, ma che non hanno i mezzi per potersi esprimere». Ma quali regole? «Non posso affittare certo Paestum per fare una festa di matrimonio, sia chiaro. Una sponsorizzazione e la tutela del bene vanno regolate. Lo abbiamo fatto per le aiuole, si può fare per il resto». Quanto ai limiti, Sabelli definisce il confine da non superare: « Sono beni dello Stato, i privati diano una mano. Si prendano percentuali sui biglietti, non chiedano troppo. Andiamo in Egitto a vedere lo show evento multimediale, Son e Lumierè, che valorizza i luoghi d'arte come è stato con la Sfinge, ma nessuno è diventato proprietario della Sfinge». Più prudente Giacomo Vaciago, economista e professore all'università Cattolica di Milano. «I privati, oggi,  hanno meno soldi dello Stato. E’ falsa la storia che ci siano dei privati molto ricchi e lo Stato povero. Non è più così da dieci anni». E dove sono tutti questi ricchi privati? «In Cina magari. Si parla di privati come se ci fosse la ricchezza di una volta qui in Italia. Ma i ricchi di oggi non sono in grado di mantenere lo Stato, perché devono mantenere i posti di lavoro etc… Il caso Colosseo-Tod’s è un’eccezione, si può fare per un monumento ma qui siamo pieni di arte. La prossima volta sarà un ricco indiano ad occuparsi del Colosseo» ha dichiarato Vaciago. E’ scettico l’economista, ma lascia aperta una porta… che guarda al di là del Bel Paese: «Qui non facciamo più neanche la manutenzione delle scuole, figurarsi il resto. Ma bisogna guardare agli sponsor internazionali. Vanno cercati lontano i soldi, quelli “vicini” sono finiti. Però, occorre sapere anche l’inglese. E poi quei Paesi in crescita hanno un mare di priorità e hanno i loro problemi: all’interno si dividono i neo-ricchi e poverissimi». Tutti d’accordo insomma che una soluzione vada trovata, o a casa o molto lontano, è certo che valorizzare quella che è la principale risorsa italiana sia diventata una priorità. La storia culturale dei nostri luoghi non può attendere il disastro.
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