Rinaldi (economista): "Padoan? È tutto un grande bluff. Dopo l'estate il disastro"

08 luglio 2014 ore 17:23, Giuseppe Tetto
Rinaldi (economista): 'Padoan? È tutto un grande bluff. Dopo l'estate il disastro'
Flessibilità, flessibilità, flessibilità. È questo il mantra che Renzi e il fido Padoan stanno andando ripetendo in giro per l’Europa nei primi giorni del semestre italiano alla guida della Ue. Un mantra che però secondo Antonio Maria Rinaldi, professore di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara, intervistato da IntelligoNews, è solo un grande bluff:  «Noi non abbiamo gli strumenti di politica economica per poter gestire in maniera autonoma le finanze pubbliche perché abbiamo l’euro». Padoan nella riunione dell’Ecofin ha parlato di riforme strutturali per dare il via alla crescita. È questa la strada giusta da seguire? «Se il ministro Padoan pensa che con le riforme strutturali vada ad aumentare la crescita, gli faccio davvero tantissimi auguri. Le riforme di solito si mettono in cantiere in momenti di crescita economica e non di crisi. Tanto meno in un periodo di deflazione come quello che stiamo vivendo perché le riforme costano e sono un onere da distribuire equamente fra gli attori coinvolti nel processo. La prova di questo è il fatto che il governo ha chiesto di scorporare dal computo del deficit il costo delle riforme. Loro sono perfettamente consapevoli dei costi, per questo cercano di spacciare il tutto come un elemento essenziale per la crescita.  È chiaro che bisogna fare molto sotto questo aspetto in Italia, ma questo è sicuramente il momento peggiore per metterci le mani». Ma quando Renzi parla di flessibilità possiamo credergli o sta piazzando solo specchietti per le allodole? «Sono grandissimi specchi per le allodole. Quando si parla di flessibilità si intende la possibilità di inserire fuori dal computo del deficit certe voci. Prendiamo Francia e Spagna che hanno sforato tranquillamente il tetto del 3% senza che nessuno dicesse niente. Il problema è che non si vuole capire che aumentando il deficit aumenta l’entità del debito pubblico e del rapporto con il Pil. È come mettere la polvere sotto il tappeto perché i problemi li ritroveremo intatti più avanti. La vera questione è un’altra: noi non abbiamo gli strumenti di politica economica per poter gestire in maniera autonoma le finanze pubbliche perché abbiamo l’euro». Ma è davvero cosi opprimente il peso della moneta unica? «Andiamo a  vedere gli altri Paesi dell’area europea che non adottano l’euro e in particolare l’Inghilterra. Lì si riescono a gestire in modo più proficuo le finanze pubbliche perché hanno la sovranità monetaria che da loro la possibilità di “monetizzare” parte del debito e non far finire completamente sul sistema famiglia e imprenditoriale l’onere derivante dal fabbisogno finanziario. Quando lo Stato spende, infatti, i soldi li prendono dall’aumento fiscale e dal taglio della spesa  pubblica e sappiamo che in Italia la spesa pubblica primaria  è inferiore a quella della media europea, come dicono i numeri dell’Ameco, il database dell’Unione europea. Quindi a pagare sono sempre i cittadini e le aziende non avendo una sovranità monetaria per potersi fare carico, almeno in parte, di questo onere. Non ci sono spazi di manovra». Nonostante il furore del momento, molti economisti dicono che l’era “renziana” sta preparando le basi per un crack del sistema. C’è da credergli? «La prova è che a settembre ci sarà una manovra correttiva di 25 miliardi di euro. Sarà un disastro perché siamo in deflazione. Oggi le notizie ci dicono che da 10 anni la spesa delle famiglie è contratta perché hanno ammazzato la domanda interna. Non sanno più che pesci prendere. Lo stesso Renzi ha già messo le mani avanti. Dove andranno a prendere i soldi per la manovra? La tassazione sulla casa è aumentata del 200% in due anni. Stiamo andando contro un muro di cemento armato. Poi se non fossimo in una situazione tragica verrebbe da sorride pensando  che un ministro come Padoan cerca di aggrapparsi alla flessibilità per mangiarsi qualche decimale di punto di deficit quando il Parlamento ha già ratificato il Fiscal Compact che prevede il principio del pareggio di bilancio in Costituzione». L’Inps è ufficialmente in rosso nel 2013: cosa dobbiamo aspettarci? «Bisogna fare una distinzione: se vogliamo continuare ad avere uno Stato con una funzione sociale o se vogliamo privatizzare anche il settore pensionistico. Se c’è uno Stato dietro che garantisce non ci sono problemi perché un Stato sovrano ha la possibilità di poter garantire la sostenibilità  di qualsiasi piano pensionistico. Ma se vogliamo privatizzare, come sta accadendo un po’ per tutto, il discorso è diverso perché varrà solo quello che è stato versato, divenendo un fondo pensione privato. Io sono per la prima ipotesi perché è giusto che uno Stato debba avere una funzione sociale,  fatta in maniera corretta».
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