Def: tutti gli errori di Matteo e i ‘sìgnorsì’ ai ‘niet’ di Barroso

09 aprile 2014 ore 15:05, intelligo
Def: tutti gli errori di Matteo e i ‘sìgnorsì’ ai ‘niet’ di Barroso
di Luca Lippi
Il DEF (Documento di Economia e Finanza) è strutturalmente perfetto se fosse sottoposto all’esame al Parlamento europeo. Non altera gli equilibri fra deficit e debito rinunciando a ridurre le imposte aumentando il disavanzo raggiunto nel 2014. Quindi i “niet” ricevuti da Barroso sono stati pedissequamente onorati. Non solo non si doveva sforare il 3% ma, addirittura non si deve neanche sforare il 2,6% raggiunto. Tradotto, significa che se il cappottino è un po’ stretto di spalle basta ingessarsi un po’ e cercare ti tirare un altro anno prima di valutare l’acquisto di uno nuovo. Siamo in perfetta sintonia con le pratiche elettorali, spaventa piuttosto quello che potrà succedere dopo, perché un conto è la Politica e un altro è l’Economia. Puntare sulla riduzione delle detrazioni per lavoro dipendente non è per niente una misura di stimolo per l’economia dal punto di vista dell’offerta ma dal punto di vista della domanda. La riduzione del cuneo fiscale delle imprese è lo stimolo sull’offerta! Nessuno chiede al Presidente del Consiglio di avere nozioni di macroeconomia, ma da Padoan si deve pretendere. E questo evidenzia che il DEF non sembrerebbe altro che un documento di propaganda. In entrambi i casi succitati c’è uno stimolo dell’economia dal punto di vista della crescita, tuttavia, mentre la riduzione delle detrazioni per lavoro dipendente (allo stato attuale comunque iniqua visto che sui redditi entro gli otto milioni questa riduzione non è operabile) produce una riduzione dell’IRAP pari all’11%, che tradotto in soldoni equivale a 1,8 miliardi, e produce comunque un effetto negativo sulla bilancia dei pagamenti. Usando invece il potenziale di leva massima sbandierato in campagna elettorale dal Presidente del Consiglio, riducendo l’IRAP del 50% in favore delle imprese (riduzione del costo del lavoro) si sarebbero recuperati complessivamente 16 miliardi di euro e in quattro anni si sarebbe potuta eliminare completamente, offrendo una sontuosa boccata d’ossigeno alle imprese che in questo modo possono ridurre i costi aumentare la produzione e assumere nuova forza lavoro. Altro errore di segno blu è l’imposta sulle plusvalenze delle banche. Si fa riferimento alla rivalutazione delle quote di partecipazione in Bankitalia. Contrasta con il principio di uguaglianza di trattamento a parità di base imponibile. Non è credibile che le banche non facciano ricorso alla Corte Costituzionale annullando facilmente il provvedimento e facendo mancare un gettito superficialmente sbandierato dal Presidente del Consiglio. Le tasse non sono un fatto discrezionale, questo è un difetto atavico della sinistra. Le tasse sono basate sulla capacità contributiva reale. Si prevede già da queste due criticità, una forte distonia fra il dire e il fare. Se mai le banche accettino di subire una simile ingiustizia, in termini reali, o si nasconde una potente iniezione di denaro nelle casse degli istituti di credito (da effettuare dopo le elezioni del parlamento europeo perché sarebbe qualcosa fortemente irritante per l’elettore), oppure le banche faranno sentire la loro voce. Un ricorso alla Corte Costituzionale equivale a far mancare moneta sonante dalle disponibilità sperate da Matteo Renzi per compiere solamente uno dei punti del suo programma, mettere in busta paga 80 euro ai redditi fra gli 8 e i 25 mila euro (prima e dopo ha detto il dottore che non c’è niente da fare). Sarebbe devastante se questa misura fosse una tantum procurando un buco difficilmente colmabile nelle condizioni attuali.
autore / intelligo
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