Pezzopane (Pd): “Errani e Berlusconi non paragonabili. Riforma del Senato: ora non possiamo fallire"

09 luglio 2014 ore 16:42, Lucia Bigozzi
Pezzopane (Pd): “Errani e Berlusconi non paragonabili. Riforma del Senato: ora non possiamo fallire'
“I casi Errani e Berlusconi non sono paragonabili: il leader di Fi è condannato in terzo grado, non così per il governatore dell’Emilia Romagna”. Così Stefania Pezzopane, senatrice dem, commenta l’ultima vicenda giudiziaria che infiamma il dibattito politico. Nella conversazione con Intelligonews affronta il nodo-dinastia dei Min sul Senato 2.0 e sulla legge elettorale manda un segnale chiaro…
Senatrice Pezzopane, c’è un doppio binario nel Pd, garantista com Errani come testimoniano le parole di Renzi e giustizialista con Berlusconi? «Credo che Errani abbia fatto bene a continuare il suo lavoro fino ad oggi, un lavoro peraltro molto apprezzato, ma che essendo un uomo saldamente inserito nelle istituzioni, abbia fatto altrettanto bene a dare le dimissioni. È naturale che un gesto così importante e così forte possa trovare una opinione pubblica, anche interna al Pd, diversificata perché non siamo di fronte a una sentenza passata in giudicato bensì siamo in una fase in cui la legge consentirebbe ad Errani di proseguire il suo lavoro in attesa di verificare i passaggi successivi e quindi, eventualmente, l’applicazione della Severino che scatta alla condanna definitiva». E su Berlusconi? «Berlusconi è stato condannato in terzo grado e quindi era entrato nei termini della legge Severino che prevede l’immediata decadenza dal ruolo istituzionale in caso di condanna a tre anni. Non è il caso di Errani, sono due vicende completamente diverse. E’ naturale che ci sia un dibattito: se Errani fosse rientrato nella Severino non si poteva dire altro che applichiamo la legge. Col suo gesto si è comportato da grande signore, da uomo che ha profondo rispetto delle istituzioni. Lo considero il più bravo presidente di Regione, un uomo di grandissima qualità e spero possa uscire da questa vicenda». Cosa risponde all’obiezione di chi, nel Pd e in Fi, cioè gli esponenti della “dinastia dei Min” come dice Renzi, in base alla quale la riforma del Senato possa portare alla composizione di una Camera nella quale potrebbero ritrovarsi esponenti politici indagati e per di più con l’ombrello dell’immunità? «E’ un’obiezione che non ha dimensioni tali da poter ostacolare un procedimento di riforma che il centrosinistra ha annunciato da circa vent’anni. Nella mia esperienza politica ho partecipato a decine di convegni e seminari in cui non si faceva altro che dire che bisognava riformare il sistema camerale e fare il Senato delle Regioni. Adesso che facciamo il Senato delle Regioni escono fuori mille ostacoli, in gran parte prodotti da un ceto politico che si auto-conserva. Il Senato delle Regioni era presente in ben due programmi del governo Prodi e ripreso nelle successive campagne elettorali: abbiamo fallito per due volte e gli elettori ci hanno punito, non possiamo fallire anche stavolta. Renzi candidandosi a segretario del Pd lo aveva detto esplicitamente e adesso non è che possiamo fare il gioco delle tre carte. Quanto all’immunità, questa nasce dalla Costituzione e il Senato per quanto non elettivo, resta un ramo del parlamento. Io l’avrei tolta anche perché ormai è un residuato bellico e non è certo la prima versione dell’immunità parlamentare che era veramente da casta. Detto questo, va tutelato il diritto del parlamentare a svolgere la sua funzione e ad esprimere le sue idee, a fare politica e dobbiamo guardare anche a questo aspetto ricordando che l’immunità nasce a tutela degli elettori quando i parlamentari venivano perseguitati per le loro opinioni o perché avevano manifestato insieme ai lavoratori». Riforma elettorale e ‘due forni’ di Renzi. Se prevalesse l’asse Renzi-Berlusconi si andrebbe verso uno schema che premia le coalizioni riproponendo quello europeo Ppe-Pse. In quel caso Berlusconi sarebbe ancora il dominus del centrodestra. Se, invece, il dialogo con M5S si traducesse in accordo, lo schema premierebbe il partito che prende più voti e si proporrebbe una sorta di bipolarismo Renzi-Grillo. Lei quale delle due opzioni ritiene più realistica? «Purtroppo devo rimarcare che non siamo in grado di fare la riforma elettorale con una maggioranza piena e siamo costretti a mediazioni. Lo dico perché è evidente che se avessimo potuto procedere con una maggioranza parlamentare diversa la riforma elettorale sarebbe già stata fatta. Nel contesto della mediazione tanto più c’è l’incontro tra forze politiche, meglio è per il paese. Noi abbiamo contestato quando Berlusconi se l’è fatta da solo e oggi dico che lo sforzo che Renzi sta facendo di dialogare con tutti è non solo apprezzabile, ma va difeso e sostenuto a spada tratta: è un segnale alla politica, alle istituzioni molto importante. Quanto al valore, io attribuisco più valore alla governabilità e credo che altrettanto chiedano i cittadini. Se c’è una cosa che stressa l’opinione pubblica è che dopo le elezioni non si sa mai chi ha vinto e chi se ne assume la responsabilità. Per questo sul tavolo della trattativa non si può rinunciare a una legge elettorale che dia la possibilità di governare a chi vince le elezioni».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
caricamento in corso...
caricamento in corso...