Adornato (Sc): "Leadership dei moderati? Io penso che Alfano, Quagliariello, Casini e Letta..."

09 ottobre 2013 ore 12:20, Lucia Bigozzi
Adornato (Sc): 'Leadership dei moderati? Io penso che Alfano, Quagliariello, Casini e Letta...'
Chi sono i moderati? Esiste una leadership moderata e chi nei due schieramenti è in grado di incarnarla? Scenari presenti e futuri in un quadro politico mai come in questa fase, in movimento. A Intelligonews, Ferdinando Adornato, parlamentare di Scelta Civica, prova a delinearne i contorni. E a snocciolare alcuni nomi…
Onorevole Adornato, a destra e sinistra c’è la corsa a chi è più moderato. Ma chi sono i moderati? «Non è così. Negli ultimi tempi è partita una campagna forte di contestazione del termine moderati». Converrà, però, sul carattere “rassicurante” della parola moderato, anche per questo molto inflazionata tra i politici. «Chiunque si presenti come moderato fa bene a farlo. Occorre riabilitare la parola. Letta, ad esempio ha riabilitato la categoria…». Sì, ma cos’è questa categoria? «Moderato non significa pacioso, tranquillo, remissivo, pavido: è il contrario. Il termine nasce dopo la rivoluzione francese in opposizione agli estremisti ed evidenzia la cultura dell’equilibrio istituzionale e del gradualismo riformista. Per essere più chiaro: tutte le vere rivoluzioni politiche nell’Occidente le hanno fatte i moderati: da Cavour a De Gasperi, i grandi passaggi politici di trasformazione dello Stato e della società sono stati guidati dai moderati. Al contrario, le rivoluzioni dei rivoluzionari non solo sono finite nel sangue, ma sono finite molto male anche dal punto di vista del rapporto tra cittadino e Stato. Moderato, significa riformista». In che modo un moderato può stare nel governo di larghe intese col Pd ed essere alternativo alla sinistra? «Prima Monti poi Letta sono due esempi di moderati riformisti. Teniamo presente, tuttavia, che stiamo parlando di riformismo in tempi di recessione. L’atteggiamento di Letta è quello di chi propone un gradualismo riformista. Moderato non significa non determinato: il moderato è riformista o non è». C’è anche chi sostiene l’equazione ‘moderato=democristiano’. Condivide? «No. Siamo ancora nella fase dell’oblio coatto. E’ nata, giustamente, una reazione agli ultimi decenni di gestione del potere durante la prima Repubblica e c’è stata la fine ingloriosa della Dc con Tangentopoli: no, politicamente non si può dire». Si spieghi meglio. «La Dc ha inventato un metodo di governo che ha tenuto gloriosamente in piedi l’Italia per tre decenni dal dopoguerra, forse in modo non dissimile dagli altri grandi partiti di centro europei e questa è storia, ma in politica non si può dire». E quali sono i riferimenti della storia? Qual è stato il ruolo della borghesia e delle classi dirigenti tra prima e seconda Repubblica? «Se vogliamo guardare alla storia rileviamo due grandi direttrici. La prima: una componente ribellistica, sovversiva, antistatale, antipolitica. Pensiamo a Crispi, a Mussolini e il blocco industriale agrario che sorresse il fascismo. Mussolini parte socialista, diventa romantico e rivoluzionario interpretando l’istinto ribellistico della classe dirigente del nord con cui seduce le masse del sud. La Dc è l’esperienza storica che rompe con la tradizione ribellistica perché assume il moderatismo come cultura della classe dirigente. Quando si irride la Dc si irride la sua degenerazione». Della seconda Repubblica fa parte il berlusconismo. Che valutazione ne dà? «Con la seconda Repubblica e con il berlusconismo, si apre una lotta tra queste due culture storiche della borghesia italiana. Berlusconi in fondo cerca di rappresentarle entrambe e questo è il punto in cui siamo. Negli ultimi anni della seconda Repubblica ha prevalso la componente ribellista. E’ questo lo scontro in atto nel Pdl. La rottura tra Casini e Berlusconi avviene proprio per questo motivo. La contaminazione della cultura moderata, ovviamente ha riguardato anche la sinistra: l’imprinting culturale moderato e riformista democristiano è rimasto nonostante vi sia stata una dispersione negli schieramenti bipolari della seconda Repubblica». Come legge la tesi di Galli Della Loggia (Corsera) sulla leadership moderata alternativa alla sinistra? «Non sono d’accordo con la tesi per la quale il leader dei moderati debba essere radicalmente alternativa alla sinistra. Anzitutto perché non è escluso che nella sinistra possano esserci leader moderati. Letta lo è e fa parte del Pd. In secondo luogo, vorrei bandire l’obiettività del fatto che siccome ci si presenta alle elezioni gli uni contro gli altri, bisogna accentuare gli elementi alternativi. Si può essere alternativi sui programmi ma in una generale condivisione dei valori di governance della società: in Germania avviene questo. Ovviamente l’Italia presenta caratteristiche peculiari». In che senso? «La storia del dopoguerra ha fatto quasi sembrare che vi fosse una sola concezione della cultura, della vita civile, delle relazioni sociali. Della serie: alla Dc la gestione del potere, alla sinistra quella della cultura. L’impianto del berlusconismo ha creato una contrapposizione tra due mondi, su scuola, magistratura, sui temi etici. Questa non è la normalità, bensì l’eccezione. Spero che questa fase sia superata e nego che il campo di battaglia della politica debba basarsi su contrapposizioni radicali. I valori nazionali devono poter essere condivisi, altrimenti torniamo alla guerra bipolare che abbiamo cercato di lasciarci alle spalle. In nessun paese occidentale si può fare competizione politica tra chi difende la Nato e chi il patto di Varsavia. Un leader è efficace per i programmi, la formazione politica, il riformismo che esprime, per l’equilibrio istituzionale che sa garantire, non come avvenuto in parte nel Pdl con gli ‘sfasciatori’ del sistema. E un leader emergerà probabilmente dalle primarie». In attesa delle primarie, lei quali leader vede avanzare nel centrodestra? «Un leader non si costruisce a tavolino. Faccio una premessa: in Italia c’è una forte decadenza culturale e politica della classe dirigente, a destra come a sinistra. Il campo è disastrato e – Letta a parte; non ho grande fiducia in Renzi – non mi pare che la sinistra sia in grado di produrre leader a macchinetta. Posso però citare alcuni nomi che rappresentano la cultura politica che ho a cuore». Quali? «Alfano è uscito da un sentiero di minorità e subalternità, ora è atteso alla prova dei fatti ma la maturità che prima non aveva se la sta guadagnando come accaduto nel sostegno al governo di larghe intese. Quagliariello ha tutte le carte in regola per essere espressione della classe dirigente. Non solo nel Pdl: una persona come Casini ha saputo mantenere un profilo istituzionale senza mai abbandonarsi ad atteggiamenti rancorosi o di perdita di lucidità anche nei momenti di difficoltà. Il mondo moderato ha espresso Monti e se guardiamo alla storia passata, Ciampi e Napolitano sono espressioni di grande riformismo istituzionale e di grande moderatismo. Il problema non sono i nomi …». Ma cosa? «Il fatto che al mondo moderato è mancato un partito che tenesse insieme cultura popolare e liberale. Oggi occorre costruire un grande partito popolare e liberale, anche perché la macchinetta delle leadership si è rotta. Pe rimetterla in funzione è necessario che ci siano di nuovo i partiti, animati da valori e culture. A quel punto nasceranno nomi di leader diversi. Altrimenti, resteremmo impantanati nel gioco dell’oca coi soliti noti».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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