Obama e quei video shock alla ricerca del consenso. Ma la Russia media e l'Onu frena. Barack KO?

09 settembre 2013 ore 17:39, intelligo
di Giuseppe Tetto
Obama e quei video shock alla ricerca del consenso. Ma la Russia media e l'Onu frena. Barack KO?
Parte il conto alla rovescia per la “guerra santa” di Obama. Incassato il via libera della commissione Esteri del Senato (10 voti a favore, ben 7 contrari), da oggi il testo con i piani  per il raid americano contro il regime siriano passa all’esame dell’Aula per la ratifica definitiva. Ora i giochi si fanno più delicati e il presidente Usa sa di doversi giocare il tutto per tutto per portare il Congresso e l’opinione pubblica dalla sua parte, puntando laddove Washington ha fatto sempre bene: il giardino mediatico. E non sembra essere un caso che i 13 video shock, che documentano il massacro del 21 agosto con l’utilizzo di armi chimiche nella periferia est di Damasco, proiettati giovedì scorso al meeting dei senatori, ieri siano trapelati fuori dalla Casa Bianca e poi riproposti più volte dalla Cnn. Nonostante la conferma dei servizi segreti sulla veridicità dei filmati, il vespaio di polemiche ha fatto presto a sollevarsi. Anche se gli esperti sostengono con forza che le dimensioni dell'attacco e la quantità di agenti chimici non possono essere stati utilizzati dai ribelli, mancano le prove concrete di un legame fra quello che si vede e la responsabilità di Bashar al-Assad. Dubbi che, l’atteggiamento reticente della Casa Bianca a fornire prove specifiche, non aiuta a chiarire. Anzi, l’amministrazione Obama sembra voler proprio dare l’impressione che il suo obiettivo sia quello di colpire gli stomaci, più che le coscienze del popolo americano. Nel frattempo Mosca si erge a mediatore fra i due contendenti e si rivolge al Assad: «Consegnate le armi chimiche alla comunità internazionale e l'America rinuncerà ad un attacco militare».  Un appello a cui fa eco quello del segretario dell'Onu Ban Ki Moon: «Vogliamo continuare con l’idea che ci sarà una soluzione politica a Ginevra, è l’unica opzione che si può configurare in questo momento. Non c’è una risposta chiara, ma lavoreremo con gli Usa e con la Russia per contribuire al processo di pace che per primi questi Stati hanno avviato». Intanto si aspetta in serata il discorso dello stesso Obama per dar maggior forza alla sua tesi, ma ormai nell’immaginario dell’opinione pubblica sembra prender piede l’incubo di una seconda Iraq, con quelle armi di distruzione di massa tanto care a Bush junior (che poi si rivelarono una grossa bufala). Uno scetticismo che si riscontra nei dati: quasi la metà degli americani (48%) è contraria ad un attacco contro il regime siriano. E a mettere la pulce nell’orecchio sui reali scopi filantropici di una guerra contro Bashar al-Assad, ci ha pensato addirittura Papa Francesco. Nell’Angelus di ieri non ha usato mezzi termini: «Sempre rimane il dubbio se questa guerra di qua o di là sia davvero una guerra o solo una guerra commerciale per vendere queste armi, o per incrementarne il commercio illegale? No al commercio e alla proliferazione delle armi. Preghiamo perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione del conflitto fratricida». Una denuncia quella di Bergoglio che trova riscontro nei numeri. Dal 1994 al 2010 il mercato delle armi è stato sempre in crescita, segnando un lieve calo solo negli ultimi anni (-5%), scendendo dai 412 miliardi di dollari del 2010 ai 410 del 2011. Le spese militari sono infatti sempre state una leva che i governi hanno utilizzato più volentieri per indirizzare gli investimenti. Secondo il rapporto annuale redatto da Stoccolma del 2012 la voce “armamenti” rappresenta il 2,5% del prodotto interno lordo globale, e in testa, non ha caso, ci sono gli Stati Uniti con 711 miliardi spesi pari al 41%, del totale mondiale.  
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