Davos, Cacciari: "Il fallimento della globalizzazione sono i suoi governanti. Sinistra sbaglia ancora"

17 gennaio 2017 ore 16:07, Americo Mascarucci
"Non è la globalizzazione ad aver fallito, ma sono gli Stati occidentali ad aver fallito il governo della globalizzazione".
Il filosofo Massimo Cacciari intervistato da Intelligonews commenta gli echi del World Economic Forum Annual Meeting di Davos dove si sta discutendo di come rilanciare il sistema della globalizzazione in crisi alla luce degli sconvolgimenti in atto nel mondo.

A Davos il presidente della Cina ha difeso la globalizzazione, ma sono sempre di più quelli convinti che la vittoria di Trump in America, il successo della Brexit nel Regno Unito, il trionfo dei populismi in Europa, dimostrino che questa è da archiviare. E' così?

"Non metterei questi fenomeni sullo stesso piano, sono diversi l'uno dall'altro. Trump non è la Brexit, i populismi dell'Est Europa non sono il populismo della Le Pen. Il denominatore comune nei paesi occidentali è rappresentato dal crollo delle aspettative di crescita e di benessere economico del ceto medio. A questo si è aggiunta la proletarizzazione di interi settori di quella larga fetta di società che era stato il fondamento dei processi democratici nel secondo dopoguerra. La globalizzazione c'entra con tutto questo a livello di politiche economiche sciagurate portate avanti negli anni. La colpa in sostanza non è della globalizzazione, ma del modo in cui gli stati occidentali l'hanno governata".
Davos, Cacciari: 'Il fallimento della globalizzazione sono i suoi governanti. Sinistra sbaglia ancora'

Negli anni 70 si diceva che "Dio è morto". Nel 2017 si può dire che è morta la globalizzazione?

"Tutti i processi culturali, economici, tecnici e finanziari sono globali. La globalizzazione quindi non può morire, è un fenomeno antropologico. Ciò che manca è una politica globale capace di interagire e governare la globalizzazione. Fino ad oggi è chiaro, non si è stati in grado di gestire questi processi globali e non vedo all'orizzonte nuove strategie".

Trump ha elogiato la Brexit e ha criticato l'Europa germanocentrica, mentre Teresa May ha annunciato un'uscita del Regno Unito dalla UE senza mezze misure. Non sono questi i segnali di un cambio di strategia radicale?

"Non vedo nulla di eclatante in certe dichiarazioni. Gran parte dell'establishment americano non ha mai visto con grande favore il processo unitario europeo. Anche la Gran Bretagna del resto ha sempre guardato questo processo con forti riserve. Trump non ha detto nulla di nuovo, se non forse nello stile. Gli Usa hanno sempre guardato con diffidenza il rafforzamento politico ed economico dell'Europa. Tuttavia il problema non è ciò che dice Trump, il problema è l'Europa che si fa la guerra al proprio interno persino sulle automobili. Quale presidente americano non auspicherebbe un cambiamento in un'Europa del genere? Diciamo che è l'Europa ad essere in crisi indipendentemente da Trump".

In Italia sembra essere andata in crisi la narrazione multiculturale della sinistra. Il pacchetto immigrazione del ministro Minniti secondo molti sarebbe una sommatoria di ricette di destra. C'è forse il tentativo di governare il fallimento facendo proprie le ricette populiste? 

"La narrazione multiculturale era una scemenza così come concepita e attuata dalla sinistra. Quando la sinistra capisce di aver fatto una scemenza crede di salvare la faccia e i voti passando dall'altra parte. E' una storia già vista, anche qui quindi niente di nuovo. Dai tempi di Berlusconi il copione si ripete. La sinistra dalla fine degli anni 80 ha sempre raccontato scemenze di sinistra e quando se ne è accorta è passata a raccontare scemenze di destra. Ora sta avvenendo la stessa cosa. Una storia destinata a ripetersi ancora e...... avanti popolo!"
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