Fulvio Abbate ricorda Gianni Boncompagni: "Un cinico anarchico senza eredi"

18 aprile 2017 ore 13:41, Andrea De Angelis
Come lui, forse, nessuno mai. Se pensi al confine tra la televisione di "prima" e quella di "oggi", non puoi non avere in mente il nome di Gianni Boncompagni. Senza dimenticare ovviamente quanto fatto in radio con l'altra parte del duo che ha scritto la storia dello spettacolo italiano, ovvero il grande Renzo Arbore. La morte di Boncompagni interroga gli italiani circa i suoi meriti, ma anche sui possibili eredi. Senza dimenticare i pettegolezzi relativi alla sua vita privata, i nomi lanciati alla ribalta e tutto ciò che riguarda quell'irriverenza legata anche, o soprattutto, a un certo cinismo. IntelligoNews ha parlato della figura di Boncompagni con lo scrittore Fulvio Abbate...

Per lei chi era Gianni Boncompagni?
"Era un etrusco di Arezzo, profondamente cinico e anticlericale. Con una comicità notevole, molto diverso dal suo compagno di strada Renzo Arbore. Tra l'altro è singolare che quest'ultimo sia discendente di Carlo Cafiero, un celebre anarchico del diciannovesimo secolo, mentre il vero anarchico, con un elemento di iconoclastia enorme era assolutamente Boncompagni. Io l'ho frequentato negli anni di Macao, mi ricordo che lui trovava risibile anche quella famosa supplica di Wojtyla, quel "non abbiate paura" che a lui ricordava gli agenti che vogliono vendere elettrodomestici alla porta...".

Fulvio Abbate ricorda Gianni Boncompagni: 'Un cinico anarchico senza eredi'
Venendo alla vita privata, tante le cattiverie dette nei suoi confronti. Vogliamo fare un ritratto anche di quell'aspetto?
"Lui ha cresciuto da solo tre figlie, che adesso sono grandi. In questo c'è qualcosa di straordinario. Lo si accusava di essere uno che andava con le ragazzine. Una sorta di santo protettore mediatico della pedofilia. Questa, diciamo, era l'accusa che spesso aleggiava. Io personalmente non ho mai visto questo, ho memoria di una persona cinica, ma non ho mai avuto l'impressione che fosse una sorta di Barbablu. Per niente". 

A Boncompagni è stato rimproverato di essere berlusconiano, in realtà era di sinistra? 
"Tutto questo è irrilevante. Lui era profondamente cinico e sia la Rai che Mediaset gli hanno dato la possibilità di fare i suoi format. I suoi crimini maggiori sono quelli di avere contribuito al successo planetario di Raffaella Carrà, i fagioli da indovinare nel fiasco (ride, ndr). Quello è un crimine inemandabile. Un altro suo crimine è una certa banalita da ballo dei fuseaux. Mi ricordo le ragazzine di "Non è la Rai" che ballavano, lì c'era qualcosa di insopportabile perché era una sorta di catalogo delle anatroccole mostrate a un pubblico di adulti...".

Chi è l'erede di Boncompagni?
"Non mi sembra che ci sia, innanzitutto perché lui nasce in una situazione pionieristica, sia per la radio che per la televisione. Un programma come "Alto gradimento" è un unicum. Quindi non riesco a vedere degli eredi al momento". 

Quali invece i suoi nemici?
"Ha avuto una vita fortunata dal punto di vista professionale, ha fatto tutto quello che voleva. A Macao, trasmissione i cui girelli valevano per me più di un editoriale di Eugenio Scalfari, aveva chiesto agli scenografi che fosse costruita una grande patata, un grande studio e non mi sembra che gli abbiano posto limiti. Anche perché lì un ritorno economico c'era".

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