Post referendum Cgil, Vaciago: "Sindacati non tutelano più i lavoratori"

19 gennaio 2017 ore 14:14, Americo Mascarucci
"Il sindacato italiano che va alla Corte Costituzionale per bloccare il Jobs Act è un sindacato che ha fallito la propria missione. La globalizzazione non è morta, è la Brexit a non essere al passo con i tempi".
E' l'analisi che l'economista Giacomo Vaciago, consulente del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, offre ad Intelligonews.

La Cgil è sul piede di guerra dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sull'articolo 18 e annunciando battaglia sui voucher nonostante l'impegno del Governo a modifiche sostanziali. Un sindacato che ragiona in questi termini è datato o ha ancora un senso?

"Se il sindacato, in questo caso la Cgil, va alla Corte Costituzionale, significa che sta venendo meno il suo ruolo di tutela del lavoratore. Un referendum quello proposto che non è dei lavoratori, ma di disoccupati e pensionati visto che oggi sono queste categorie la spina dorsale del sindacalismo. In pratica a pronunciarsi sul Jobs Act, sull'articolo 18, sui voucher, tutti temi che hanno a che fare con il lavoro, rischiano di essere coloro che un lavoro non ce l'hanno o che non lavorano più. Non c'è dubbio che ad esempio sui voucher si possa e si debba ragionare, ma la sede naturale per farlo resta il Parlamento. Il sindacato dovrebbe tutelare il lavoratore sul posto di lavoro non nelle aule di giustizia e alla Corte Costituzionale. Questo è molto anomalo, anche se in linea con i tempi, visto che oggi si fanno referendum su tutto".
Post referendum Cgil, Vaciago: 'Sindacati non tutelano più i lavoratori'

Ma il sindacato come potrebbe giocare ancora un ruolo in Italia anche alla luce delle novità introdotte in tutti questi anni nel mercato del lavoro?

"Il ruolo dei sindacati non è quello di riempire i vuoti lasciati dalla politica. I partiti si sono liquefatti e i sindacati hanno preso il loro posto. Quindi fanno politica, non fanno sindacato. Credo che se non si capisce questo non si andrà da nessuna parte. Mi chiedo poi che senso abbia tutto ciò".  

Va detto però che Cisl e Uil da tempo hanno preso posizioni molto diverse rispetto alla Cgil sui temi del lavoro. Questo che significa?

"Che si sono acuite le differenze politiche sempre presenti nel mondo sindacale. Divari che riflettevano un passato che non c'è più. Cgil-Cisl-Uil rappresentavano rispettivamente il mondo comunista, quello cattolico e quello socialista. In passato quando contavano i rispettivi partiti, il sindacato era accanto a loro e svolgeva una funzione di supporto. Nel momento in cui sono finiti i partiti, è scomparsa la Dc, sono scomparsi il Pci e il Psi, i sindacati li hanno in pratica sostituiti quasi fossero la stessa cosa. Un sistema che a mio giudizio ha funzionato malissimo".

A Davos si è discusso di globalizzazione e c'è stato chi, come il presidente cinese, ha detto che non è la causa di tutti i mali. Però intanto gli inglesi scelgono la Brexit e in Europa crescono i partiti che vogliono un mercato chiuso. E in Italia? Quanto inciderà tutto questo?

"Iniziamo col dire che la prima ministra inglese Teresa May è mal consigliata. Nel mondo in cui viviamo c'è libertà di circolazione in tutti i sensi, di capitali, di finanza, di credito bancario, di merci, ma si pretende che questa libera circolazione non ci sia unicamente per i lavoratori che si pretende di lasciare dove sono nati. Giù la maschera! Ciò che dà fastidio agli inglesi è Schengen, ossia la libera circolazione dei cittadini, non tutto il resto. L'Europa è soltanto un pretesto per chiudere le porte agli stranieri. Sbagliato correre dietro al Reno Unito o tentare di seguirne l'esempio. Si deve guardare avanti, non indietro. La soluzione ai problemi dell'Europa non è certo il ritorno al medioevo". 

Però oggi l'immigrazione rappresenta un'emergenza e gli stati europei sono portati sempre più a chiudere, non ad aprire le porte. Il fallimento della globalizzazione non è anche in questo?

 "La ricetta non è ricacciare gli immigrati, ma andare ad investire da loro. La colpa non è dei migranti che scappano dalle loro terre ma nostra che, avendone la possibilità, non siamo andati ad investire in casa loro. Non ci siamo preoccupati di costruire fabbriche, scuole, dove queste persone potevano effettivamente avere una speranza per il futuro. Se avessero avuto la possibilità di lavorare in casa loro non sarebbero venuti in Europa a cercare lavoro. Chi può essere contento di lasciare la propria terra di origine se non costretto dalle contingenze? Questa è purtroppo una realtà che tanti fanno finta di non vedere. Non è chiudendo gli occhi, o peggio le frontiere che si può pensare di risolvere, o quanto meno contenere, il problema dell'immigrazione". 
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