Vendetta Vasto, Meluzzi: "Solo l'omicidio poteva risarcirlo, ora è un potenziale suicida"

02 febbraio 2017 ore 13:21, Americo Mascarucci
"L'omicida di Vasto è un potenziale suicida, strano che non si sia tolto la vita sulla tomba della moglie. Non è un problema di mancata giustizia, qualunque pena per lui sarebbe stata irrilevante".
Lo psichiatra Alessandro Meluzzi commenta con Intelligonews la vicenda di Vasto, dove Fabio Di Lello ha ucciso Italo D'Elisa, il ragazzo di 22 anni che nel luglio del 2016 aveva investito la moglie provocandone la morte. 

Che cosa è successo nella mente di Di Lello, quali meccanismi si sono innescati per spingerlo all'omicidio?

"E' avvenuto un rimescolamento di tre fattori, la giustizia personale, la giustizia legale e la giustizia divina, provocando una sorta di corto circuito che ha portato ad accrescere la tentatazione di risolvere il problema con la vendetta. La storia è piena di ordalie, giustizie divine, duelli ecc. Del resto pare che questa persona avesse postato su Facebook una foto di Massimo Decimo Meridio, il protagonista del film il Gladiatore, con la frase "avrò la mia vendetta in questa o in un’altra vita". L’idea del Gladiatore che si vendica su Commodo che ha fatto uccidere la moglie e il figlio, deve aver creato un archetipo che si è insinuato nella sua mente. Poi c’è un lutto non elaborato, un uomo che andava tutti i giorni al cimitero e che come atto finale di una tragedia greca, va a portare la pistola con cui ha consumato la propria vendetta sulla tomba della moglie".
Vendetta Vasto, Meluzzi: 'Solo l'omicidio poteva risarcirlo, ora è un potenziale suicida'

Ma non c'è anche un problema di mancata certezza della pena?

 "Anche questo certo ha avuto la sua rilevanza. La Procura pare non avesse buone ragioni per l’arresto del ragazzo accusato di omicidio colposo, il quale dalle indagini non sarebbe risultato nè ubraiaco, né drogato. Anche le dinamiche dell’incidente pare non deponessero come l'uomo si aspettava. C'è stato anche sicuramente il timore di un’inadeguatezza della giustizia, che storicamente è nata proprio in alternativa alla vendetta. Tuttavia dal punto di vista formale la giustizia aveva rispettato i suoi tempi svolgendo le indagini e portando all’incriminazione del ragazzo nel giro di sette mesi. Altra cosa sarebbero stati invece i tempi della sentenza". 

Quindi la paura di una pena troppo lieve o addirittura di un'assoluzione dell'imputato può aver giocato un ruolo rilevante?

"Tutto ciò che traspariva dalle indagini confrontato all’immensità del suo dolore, certamente lo ha portato a ritenere che il suo risarcimento non potesse che arrivare sul piano fisico. Per lui qualsiasi pena, ergastolo compreso, sarebbe stata irrilevante".

Quanti ne ha incontrati di casi simili nella sua attività professionale?

"Tanti, anche se questo rappresenta un'eccezione. In genere certe decisioni estreme maturano quando si è in presenza dell'omicidio di una persona cara e la giustizia tarda ad arrivare". 

Di Lello potrà avere ora delle attenuanti?

"Il rischio maggiore è che possa suicidarsi, è tipico in soggetti di questo tipo. Strano che non lo abbia fatto subito dopo aver consumato la sua vendetta, magari sulla tomba della moglie. A lui a questo punto interesserà molto poco il destino processuale. La vita per lui ormai non ha più valore". 
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