Blue Whale Challenge, lo psichiatra Crepet ai genitori: "Il primo pericolo è l'abbandono"

24 maggio 2017 ore 12:32, Andrea Barcariol
Si chiama Blue Whale Challenge, il gioco horror che si sta drammaticamente diffondendo tra gli adolescenti non solo russi, ma anche italiani (ultimi due casi a Lucca e Pescara nei giorni scorsi). Le regole del gioco social sono sconvolgenti: il premio finale è il suicidio. I giovani sobillati da veri e propri criminali sui social, decidono di accettare 50 sfide, sempre più estreme, che li trasformano e li portano fino alla depressione. La regola è non dire nulla ai genitori, pena pesanti ritorsioni sui propri cari, l'ultima sfida è il suicidio, facendosi riprendere in video dagli amici per poter avere una testimonianza.
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s ha intervista lo psichiatra Paolo Crepet per parlare di questo fenomeno.

Blue Whale Challenge, lo psichiatra Crepet ai genitori: 'Il primo pericolo è l'abbandono'
Con il Blue whale challenge, siamo ancora nel campo del cyberbullismo o molto oltre?


''Fa parte di uno di quei regalini simpatici che ci fa non la rete, perché la rete trasmette, ma i social che fanno la pubblicità a questo gioco. E' chiaro che il rischio di emulazione è enorme, è evidente, io l'ho studiato 20 anni fa, ho scritto dei libri su queste cose e credo di sapere quello che dico, però non so se c'è una coscienza collettiva".

Alcuni giornali hanno deciso di non riportare dei casi di cronaca proprio per evitare questo fenomeno di emulazione.

"L'emulazione si evita non parlando del singolo ragazzino nel caso di cronaca, ma dal punto di vista culturale e generale di queste cose dobbiamo parlare, anche se l'abbandono della preadolescenza è un argomento molto spinoso".

Anche in questi casi così drammatici si può parlare di semplice richiesta di attenzione?

"La richiesta di attenzioni è troppo poco per giustificare un fenomeno così complicato e potenzialmente pericoloso. C'è qualcuno che in nome di chissà quale libertà commerciale pensa che debba esistere tutto, io credo di no, c'è un limite. Questo fenomeno evidenzia l'abbandono a se stessi di una fascia di età che è la preadolescenza che è un'eta sensibilissima e complicatissima e adesso è parte integrante dell'adolescenza con tutto quello che significa in termini di libertà di comportamento. Noi dobbiamo essere un po' meno distratti e indifferenti e capire che i bambini di 13/14 anni fanno oggi quello che prima si faceva a 17/18. Lo abbiamo voluto noi, non sono stati i marziani, però adesso dobbiamo metterci una pezza".

Si può dire che i 13/14 enni di oggi si sentono onnipotenti?

"C'è sempre stata questa fase, il problema è che prima c'era qualcuno che ci dava un occhio. Tutto diventa drammatico se si lascia un ragazzino abbandonato. Io conosco dal punto di vista clinico ragazzini che fanno le elementari
che hanno usato questa cosa. Mi chiedo dove è la mamma, dove è il papa, dove è l'insegnante?".

Come si riconoscono i campanelli di allarme e possibili antidoti?

"Sicuramente un giovane se il lunedì è sereno il martedì non si butta dal settimo piano. Non diciamo sciocchezze, non riduciamo la psicologia a un fumetto. E' chiaro che tra l'inizio e la fine passa molto tempo e in questo periodo bisognerebbe saper osservare i bambini. Ma chi lo fa? Nessuno. La scuola si tira indietro perché dice che questo è compito dei genitori e i genitori dicono che non si può fare niente perché è giusto che siano liberi".


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