Alatri, intervista a Stefano Zecchi: "Eserciti di violenti esibizionisti e impuniti"

28 marzo 2017 ore 12:20, Andrea De Angelis
Una banale lite in discoteca. Sarebbe questo ad aver scatenato l'ira di una decina di persone contro il povero Emanuele Morganti. Aveva solo vent'anni il ragazzo massacrato ad Alatri, in provincia di Frosinone. Dalle ultime notizie sembra che non si sia trattato di un solo pestaggio, ma addirittura di tre. "C'è ancora molto da indagare", dicono gli investigatori. Sono due le persone fermate al momento, mentre sarebbero 9 gli indagati stando a quanto riportano le agenzie. Ma cosa spinge a tanto odio? Cosa c'è dietro un simile omicidio? IntelligoNews ne ha parlato con Stefano Zecchi, scrittore e professore di estetica...

Questa violenza da dove nasce? C'è un'estetica della violenza che cambia?
"C'è una maggiore esibizione della violenza. Dove c'è un'idea di impunità non ci si ferma davanti a niente, neanche alla paura di essere scoperti ad esempio dalle tante telecamere che sono in strada. Non direi che cambia l'estetica, ma l'esibizione della violenza che è certamente superiore rispetto al passato. Questo sì, con un sentimento di impunità". 

La maggiore esibizione da cosa dipende? Siamo più abituati a vedere scene violente, nei film come nei videogiochi? Una volta era invece viva l'immagine del duello.
"Questo senz'altro. Inoltre vi è una percezione, che magari non corrisponde alla realtà, di una mancanza di sicurezza dovuta a un'infinità di situazioni. Gli aumenti dei furti, delle rapine. Si vive nel sentimento dell'insicurezza e ciò porta a un'idea da parte di chi commette i reati di poterla fare franca. Ad Alatri c'è anche qualcosa di più, ovvero un sentimento di potenza che si desidera esibire". 

Alatri, intervista a Stefano Zecchi: 'Eserciti di violenti esibizionisti e impuniti'
In questo caso è corretto parlare di branco?

"Sì, è quella idea di gruppo dove ci si spalleggia l'un l'altro, dove si perde l'identità del singolo e la si ritrova modificata all'interno di un gruppo. Probabilmente nella singola persona non c'è questa volontà di violenza, però si esprime nel momento in cui il gruppo modifica le proprie identità e qualità. A forza di spalleggiarsi si diventa un piccolo esercito di violenti che nasconde le proprie paure esaltandole poi in una violenza collettiva".

Vi è poi l'elemento dell'indifferenza. Il fatto è avvenuto in strada. 
"L'indifferenza è ingiustificabile, ma si comprende. Quando si ha collettivamente la sensazione di essere senza una vera protezione della legge, dell'ordine pubblico si ha paura. E la paura porta a una sensazione di viltà. La si condanna, ma se ne comprende il motivo". 

C'è anche il rischio di omertà?
"Come sempre un centro piccolo ridefinisce rapporti e relazioni in modo più semplice che in una realtà abitativa più ampia. Ma questo modo semplice significa che ciascuno sa tutto di tutti, quindi ognuno si regola secondo la propria convenienza. Ritorna quella viltà di cui si parlava prima, legata al desiderio di non esporsi. Certamente una comunità piccola ha la possibilità di far bene giustizia, ma nello stesso tempo di sfuggire a delle situazioni che magari in una grande città sono più facili da gestire. Per le indagini il parterre è molto limitato e contenuto e può sfuggire attraverso il silenzio, appunto l'omertà". 

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