Omicidio Alatri, la criminologa Bruzzone: "Quel branco era temuto e conosciuto"

29 marzo 2017 ore 15:23, Americo Mascarucci
Emergono particolari sempre più raccapriccianti sul brutale pestaggio di Alatri costato la vita al 20enne Emanuele Morganti, vittima non solo della violenza del branco ma anche dell'omertà delle persone che hanno assistito alla scena e che, nel migliore dei casi, sono rimasti inermi, osservando e facendo finta che la cosa non li riguardasse. A questo punto i presunti colpevoli sono soltanto i due fermati e quelli che hanno partecipato materialmente al pestaggio o anche quanti, presenti nella piazza, hanno accuratamente evitato di intromettersi? Il numero degli indagati potrebbe allargarsi? E con quali accuse?
Intelligonews lo ha chiesto alla criminologa Roberta Bruzzone che ieri sera ha parlato del caso di Alatri ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta.  

Dottoressa Bruzzone, le responsabilità vanno oltre i due presunti colpevoli al momento fermati?

"Sicuramente sussiste l'accusa di omicidio volontario pluri aggravato per le persone fermate ma poi ci sono altri indagati, circa cinque o sei, già individuati e accusati di rissa. Poi la Procura dovrà vagliare anche la posizione delle altre persone presenti sulla piazza, perché da alcune testimonianze emergerebbero delle evidenti responsabilità penali non soltanto per omissione di soccorso ma anche per non aver impedito le violenze messe in atto dal branco che hanno portato alla morte di Emanuele". 
Omicidio Alatri, la criminologa Bruzzone: 'Quel branco era temuto e conosciuto'


Per queste persone quindi, quali potrebbero essere i capi di imputazione?

"Ora bisognerà vedere in quale direzione andrà la Procura. Per astratto possiamo ipotizzare che tutti possano rispondere del concorso in omicidio, però bisognerà ricostruire in maniera precisa la dinamica dei fatti. In linea di massima tutti dovrebbero rispondere del reato di rissa aggravata".

C'è stata da parte dei giovani del paese un'omertà verso un gruppo criminale che si andava affermando?

"Il vero motivo è che questi soggetti che appartengono ad un gruppo criminale più ampio erano temuti e conosciuti, ragion per cui i presenti nella piazza si sono tenuti ben alla larga per evitare a loro volta di diventare bersaglio. Purtroppo il principale complice degli aggressori è stata la paura che si è trasformata in omertà". 

C'è nei giovani una certa attitudine a prediligere la strada alla famiglia? Non è sempre più la strada il luogo di formazione delle nuove generazioni?

"In una certa fascia di età il gruppo esercita un'attrazione particolare. Se il gruppo è sano può esercitare un'influenza positiva fra i ragazzi, ma se invece come in questo caso si tratta di un branco, all'interno del branco i vari soggetti assumono diverso potere e questa cosa influenza negativamente soprattutto quelli che hanno personalità abnormi".

C'è però una legge della strada sempre più in contrasto con la legalità?

"C'è sempre stata una legge della strada, non è che la scopriamo oggi. Stiamo assistendo alla formazione un po' ovunque di piccoli gruppi che possono diventare pericolosi: basta violare od offendere uno dei membri del branco per far sì che questo si coalizzi a discapito delle preda di turno". 

Al momento ci sarebbe un solo teste a fornire elementi utili alle indagini. Resterà solo o ci sono anche altri che stanno collaborando?

"La Procura sta sentendo numerose persone, tutte quelle collocate sulla piazza quella sera. Del resto non è stato difficile individuarle tutte. Mi auguro che questo testimone non resti solo a raccontare come è andata e che cada il muro di omertà da parte di tutti".
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