Caos PD, Marcello Veneziani: ''Sopravvive o muore con Renzi''

03 marzo 2017 ore 12:21, intelligo
di Stefano Ursi

Il futuro del PD e di una vasta area politica italiana è ormai argomento fisso sulle pagine dei giornali e dei siti web. Soprattutto in relazione all'inchiesta Consip che in queste ore tocca personaggi vicini all'ex premier. Il dibattito politico italiano è dunque assorbito dal tentativo di comprendere le mosse di Renzi, di coloro che sono usciti dal PD formando altri gruppi e da quelli che, pur rimasti all'interno, lanciano la propria sfida alla leadership. Su questi e altri interrogativi, legati al panorama politico e sociale italiano, IntelligoNews ha sentito il giornalista e scrittore Marcello Veneziani, che dice: ''Siamo di fronte ad una crisi di rigetto delle leadership nate dalla tv e fondate solo sul potere unico del leader: si avverte il bisogno di qualcosa di più corale, elitario, di un gruppo dirigente e non più soltanto di un capo''.

Caos PD, Marcello Veneziani: ''Sopravvive o muore con Renzi''
Marcello Veneziani
Il renzismo è alla fine? E se si, è possibile fare un parallelismo con la fine del berlusconismo?

''Se il renzismo sia alla fine non lo sappiamo ancora, certo gli stanno facendo una guerra spietata, quindi sicuramente è di fronte ad un durissimo banco di prova; ma non è detto che sia alla fine, perché di fatto non c'è nulla in quell'area o nei paraggi che possa sostituirlo, quindi sarei un po' cauto. Si può anche leggere questo momento storico come l'appendice renziana nell'epoca del berlusconismo, ma la questione è più ampia, nel senso che siamo di fronte ad una crisi di rigetto delle leadership nate dalla tv e fondate solo sul potere unico del leader: si avverte il bisogno di qualcosa di più corale, elitario, di un gruppo dirigente e non più soltanto di un capo. L'era del partito personale, inaugurata da Berlusconi e che ha avuto prosecuzioni in Di Pietro, Fini e tanti altri, si esaurisce con questo superdominio di Renzi. Quindi l'unica previsione che si può fare è che se Renzi sopravviverà a questa campagna dovrà ridisegnare la sua leadership in modo più collegiale''.

Nel percorso che porta alle primarie e al congresso, nel PD pare di assistere più ad un incontro di wrestling che al dibattito interno ad un partito.

''Sono fenomeni che non nascono da un fervore di idee, ma soltanto da un discorso legato puramente alla legge elettorale, per cui, in un sistema che sta diventando neoproporzionale, la minoranza interna di un partito è più garantita uscendone, perché così può avere 50 o 60 seggi. Non c'è nessun profilo politico ideale, c'è solo una questione di sopravvivenza personale di gruppo, per cui mi sembra un periodo avvilente per la politica nel suo complesso. Stessa cosa mi sembra possa dirsi, facendo ovviamente le differenze, anche per le galassie sparse dei 'centrini' sul versante del centrodestra, che sono nella fase in cui vivono a giorni alterni la tentazione di tornare nella 'balena' berlusconiana e quella di mettersi in proprio, per potersi collegare con Berlusconi ma mantenendo il proprio piccolo partito, la propria microrendita di posizione''.

Rossi, Emiliano, Orlando: dove va il PD? Ma soprattutto, domani ci sarà ancora un PD?

''Per come si sta mettendo la cosa in effetti c'è da chiederselo. Il PD, così com'è concepito ora, è legato solo alla figura di Renzi, e nel momento in cui Renzi dovesse sparire dalla scena, ritengo sarà quasi inevitabile che il partito dovrà riaccorparsi con i dissidenti che ne sono usciti, perché a quel punto tornerà ad essere il vecchio PDS come l'avevamo conosciuto prima del PD, ovvero quel partito che ha grande capacità di unirsi quando si tratta di abbattere l'uomo solo al comando ma, allo stesso tempo, grande incapacità di esprimere una linea politica. In questo momento il futuro del PD è molto legato alla capacità di Renzi di superare quest'ultima tempesta''.

In molti chiedono, in relazione alle note vicende in corso relative a Consip, le dimissioni di Lotti: è d'accordo?

''Io credo che se Lotti si dimettesse accetterebbe i capi d'accusa che gli vengono rivolti. Capisco che dal suo punto di vista non ha senso dimettersi. E più in generale non si può, appena si fa il nome di un uomo politico, pretenderne le dimissioni; è ovvio che la giustizia deve fare il suo corso e dopo si può stabilire se ci sono gli estremi per mandarlo a casa o meno. Questa fretta di mandare a casa Lotti, oggettivamente, non mi pare un segno di salute democratica e di rispetto della giustizia, anzi tutto il contrario''.

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autore / intelligo
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