Salvini nell'arena del Brancaccio conquista Roma senza Garbatella

13 maggio 2015, intelligo

Salvini nell'arena del Brancaccio conquista Roma senza Garbatella
Rievocare i tempi di “Roma Ladrona” alla luce della recente evoluzione della Lega è ormai poco più che uno stanco luogo comune giornalistico, ma certo ancora è difficile abituarsi al fatto che Matteo Salvini arrivi nella capitale e trovi 1500 persone ad acclamarlo.

È accaduto ieri sera, in un Teatro Brancaccio strapieno. Accanto al segretario del Carroccio ci sono il numero uno di Noi con Salvini, il senatore Raffaele Volpi, e il presidente di Sovranità, Simone Di Stefano

Tanti i giornalisti, qualcuno dei quali in attesa di un folclore di cui invece non ci sarà traccia, ma soprattutto tanta gente comune. Dalle borgate e dai quartieri bene. Giovani alla prima esperienza politica e veterani di lungo corso. 

Situato in via Merulana, il Brancaccio è a due passi da via Napoleone III, dove al numero 8 si trova la storica sede di CasaPound Italia. La presenza dei militanti della tartaruga frecciata, in sala, è massiccia, ma l'interesse per Salvini è di genuina estrazione popolare. 

Basti pensare che fuori dal teatro c'è la fila già due ore prima dell'inizio dell'evento. In sala il pubblico è composto, si scalda solo ogni volta che viene nominato Alfano

Negli interventi di apertura, Volpi parla della natura sociale e popolare del fronte salviniano: “Noi non facciamo cene elettorali da mille euro con quelli a cui poi il giorno dopo facciamo concessioni milionarie”, tuona il senatore, e a Palazzo Chigi a qualcuno fischiano le orecchie. 

Per Di Stefano è una vera e propria ovazione. Inizia evocando Amendola: “Io sono cresciuto alla Garbatella e non l'ho mai visto”. Poi evoca la necessità di un dialogo fra protagonisti della politica che vengono da realtà diverse, che forse su molte cose sono destinati a rimanere diversi, ma che possono incontrarsi su una piattaforma programmatica di lotta alle lobby, alle caste, alle élite corrotte, alle mafie culturali progressiste. “Quando ho incontrato per la prima volta il senatore Volpi ero pieno di pregiudizi”, dichiara Di Stefano. Volpi, che è accanto a lui, interviene ridendo: “Anche io”

Poi la stretta di mano e i reciproci attestati di stima. Salvini ha lo sguardo sull'iPad, ma non può non aver recepito il messaggio, che è soprattutto diretto a lui: non esiste alcun fascioleghismo, non c'è bisogno di improbabili sintesi o di conversioni incrociate, basta parlarsi francamente per trovare una intesa. 

Al leader leghista, che indossa una maglietta per i Marò, è concesso un lungo spazio con due giornalisti (“ma non chiamatelo talk show, mi sembra un po' sfigato”). Spiega che l'Ue “è una associazione a delinquere”, che se va al governo lui “saremo noi a mandare i commissari in Europa”. 

Ma aggiunge anche che l'Europa, quella vera, è altro dalle Ue e che l'edificio continentale “va rifondato”, senza utopistici salti all'indietro. Quanto alla Libia, “bisogna cercare l'accordo con le tribù che governano la costa” e comunque “affondare i barconi”. Vuoti, precisa. Il giornalista obietta che sarebbe un atto di guerra. “E allora faremo quest'atto di guerra”, è la risposta.

Non manca il consueto elogio a Putin (“se non ci fosse stato lui avremmo bombardato i siriani sbagliati”) e verso la fine c'è anche modo di parlare dei rapporti fra Lega e Sovranità, il contenitore politico nato per volontà di CasaPound ma ben presto allargatosi oltre i confini della comunità guidata da Gianluca Iannone: “C'è un progetto in corso, se non fosse così io e di Stefano saremmo degli stupidi a fare così tante iniziative insieme. E poi per mandare a casa Marino c'è bisogno di tutti”. 

Finisce fra applausi e tricolori che sventolano. I cronisti si avventano su Salvini, lui riprende il microfono: “Vado un attimo dai giornalisti, poi sono qui a disposizione di chiunque voglia farsi delle foto con me”.

G.N.

autore / intelligo
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