Ancora Roma sfregiata dai vandali, tocca all'elefante in Piazza Minerva [FOTO]

14 novembre 2016 ore 15:43, Micaela Del Monte
La città eterna continua a subire danni. Roma infatti, con tutte le sue splendide opere d'arte, continua ad essere deturpata chi, oltre a non avere un minimo di senso civico, non riesce neanche a tenere le mani intasca. Di fatti nella Capitale se ne sono verificati a bizzeffe, dalla Barcaccia "massacrata" dai tifosi del Feyenoord alla vigilia dalla partita di Europa League contro la Roma due anni fa (finiti impuniti), fino ai busti dei Garibaldini atterrati al Gianicolo

Oggi però Roma si è svegliata con un'altra ferita. Quella che ha visto protagonista l'elefantino di Piazza Minerva, vicino al Pantheon, uno dei tesori di Gian Lorenzo Bernini. Ad essere sfregiata è stata una zanna. Il frammento è stato trovato a terra, ai piedi della statua. Immediato l'intervento delle forze dell'ordine e dei tecnici della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma. Ad accorgersene, lunedì mattina, sono state alcune turiste spagnole che, dopo aver notato la mutilazione, l’hanno segnalata alla polizia locale di Roma Capitale è intervenuta sul posto e ha recuperato il pezzo della zanna della statua dell'elefantino staccato e lo hanno portato al comando. Sono già in corso delle indagini per scovare i responsabili del gesto vandalico e a tal fine si analizzeranno anche le immagini delle telecamere nella zona.

Fu papa Alessandro VII Chigi, nella seconda metà del Seicento, a commissionare il progetto che avrebbe dovuto inglobare l'obelisco risalente al VI secolo avanti Cristo, rinvenuto nell'antico tempio di Iside. Bernini presentò dieci disegni e il pontefice, che desiderava un monumento alla Divina sapienza, scelse l'elefantino: un'immagine molto simile a una xilografia contenuta nella prima edizione di un libro, l'Hypnerotomachia Poliphili, ovvero la Pugna d'amore in sogno di Polifilo, scritta da Francesco Colonna romano e stampata dall'editore Aldo Manuzio a Venezia nel 1499. Il volume rappresentava la quintessenza della cultura sapienziale e alchemica del Rinascimento. Bernini avrebbe voluto far poggiare la statua dell'elefante direttamente sulla base marmorea, ma i domenicani criticarono la soluzione sostenendo che le zampe del pachiderma avrebbero dovuto insistere su una base quadrangolare. Su richiesta di Alessandro VII Chigi l'artista dovette cedere e coprì il cubo, simbolo della solidità della mente, con una gualdrappa: l'effetto finale risultò un po' appesantito, tanto che i romani ribattezzarono la scultura "Porcino della Minerva", tramutato più tardi in "purcino" nell'inflessione dialettale. In segno di disappunto lo scultore concepì l'opera in modo tale che volgesse il dorso alla chiesa della Minerva, un chiaro smacco ai domenicani, e con la proboscide tutta contorta quasi a voler esprimere irritazione e insofferenza.
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