Due milioni in 10 giorni: la spesa dell'emergenza rifiuti a Roma

15 maggio 2017 ore 16:36, Luca Lippi
L’emergenza della mondezza non esiste secondo il Sindaco di Roma, tuttavia subito dopo Virginia Raggi ci tiene a far sapere che i cittadini hanno ragione a protestare per la mondezza in strada, e anche se nei giorni scorsi una pulizia straordinaria della città è stata effettuata non c’è nessuna emergenza rifiuti. Il discorso fa trasparire qualche controsenso, ma tralasciando le dichiarazioni di circostanza (anche se poco elaborate) al cospetto dei numeri non si può certo girare le spalle.
L’Ama ha speso due milioni di euro per fronteggiare la situazione di criticità che si è sviluppata nei giorni scorsi. Se non è un’emergenza, perché da quasi due mesi i due impianti Tmb di Ama sono sovraccarichi a causa del rallentamento della lavorazione dei due Tmb Colari e dal 3 maggio operano h24 per smaltire i cumuli di rifiuti? Se non è un’emergenza, perché i lavoratori dell’AMA hanno l’obbligo di effettuare due ore di straordinari (in tutto sono circa 200) e lavorano su 4 turni invece di 3? 
Tutti i numeri: la spesa maggiore per la corsa a pulire la città in questi giorni è quella degli straordinari degli operatori, pagati circa il doppio dei 14 euro di un’ora normale, cioè 26 euro. E il conto è presto fatto: quattromila lavoratori con due ore di straordinari al giorno costano 200mila euro. Nell’ultima settimana, la cifra ha raggiunto il milione di euro, ma non è l’unica prestazione lavorativa. Dal 3 maggio negli impianti Tmb dove i 200 operai da accordo sindacale stanno lavorando giorno e notte compresi i festivi con l’obbligo di due ore di straordinario a turno, la somma quantificata è di circa 50mila euro ogni 24 ore.
E se il totale nei primi dieci giorni ha raggiunto 500mila euro, il pronostico è che lo sforzo sia solo a metà. In pratica finora la spesa raggiunta per l’emergenza rifiuti supera due milione di euro. La Cgil in un’assemblea straordinaria del 12 maggio scorso ha sollevato diverse perplessità sulla sicurezza dei lavoratori nello svolgimento delle funzioni cui sono preposti svolti a ritmi eccezionali: “Gli operatori sulle strade hanno raccolto a mano 1.200 chili di rifiuti a turno. Uno sforzo senza precedenti”.
Due milioni in 10 giorni: la spesa dell'emergenza rifiuti a Roma
A questo punto è necessario fare un ragionamento: se gli operai fanno gli straordinari (li fanno), sono obbligati a farli per due ore al giorno, hanno raccolto 1200 tonnellate di rifiuti a turno dimostrando che ce n’era bisogno, e si calcola una spesa di due milioni di euro per la pulizia, come si fa a sostenere che questa non è un’emergenza? E se non lo è, chi paga questo sforzo evidentemente inutile che è a carico dei cittadini romani?
L’assessore all’ambiente Pinuccia Montanari ha cercato di minimizzare la situazione usando il termine di ‘criticità’. La Raggi ha annunciato che per far fronte alla situazione è stata messa in campo una task force e che gli impianti lavorano 24 ore su 24. Durante l’intervista a Porta a Porta però il Sincado non ha rinunciato all’esercizio (comune a tutti) di dare la colpa a quelli che c’erano prima, alla Regione e al Pd.
Però la Raggi dimentica di dire altro: Virginia Raggi è sindaca della Capitale da quasi un anno. Per essere corretti intellettualmente, nessuno può credere a soluzioni istantanee di problemi creatisi in anni. I problemi della gestione dei rifiuti di Roma vengono da lontano ma non si può fingere che l’attuale amministrazione sia esente da colpe. In fondo non si può certo pensare di governare una città in nome del cambiamento lasciando tutto com’era prima dicendo che è “colpa degli altri”. Eppure è proprio quello che il M5S e la Raggi stanno facendo a Roma per l’emergenza rifiuti.
Tuttavia, non si può negare che l’Ama (la società che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti) sia una società del Comune di Roma e che sia quindi sottoposta al controllo dell’Amministrazione. 
La Raggi però sostiene che la responsabilità dei cumuli di rifiuti accanto ai cassonetti è di Regione Lazio. Questo perché è la Regione ad elaborare il piano gestionale dei rifiuti. Il Presidente Nicola Zingaretti ha respinto al mittente le accuse. Secondo la Raggi il problema è che la Regione non ha approvato il piano rifiuti.
Per chi non si occupa di verificare le affermazioni degli amministratori locali che troppo spesso fanno il gioco del ‘muro di gomma’, l’affermazione della Raggi non è corretta: il piano rifiuti è quinquennale ed è stato approvato nel 2012. Fino a tutto il 2017 quindi la Regione ha un piano rifiuti. La Regione sta lavorando alla presentazione di un nuovo piano ma le attuali necessità di smaltimento e le relative problematiche riguardano il piano che è in vigore.
Quindi il problema (l’emergenza) è del Comune! E cosa sta facendo il Comune per risolvere il problema dei rifiuti?
Raggi ha detto che il Comune ha inoltrato alla Regione tutta la documentazione e le richieste necessarie per l’apertura di nuovi impianti. Anche questa affermazione non è corretta! L’unica richiesta fatta dal Comune di Roma (9 maggio 2017) riguarda l’impianto acquistato dal sindaco Ignazio Marino. Inoltre la giunta pentastellata è contraria alla costruzione di un impianto di compostaggio a Rocca Cencia senza però fornire l’indicazione di una soluzione alternativa. Vale la pena ricordare che il M5S governa nella quasi totalità dei Municipi di Roma. Una questione analoga è quella che riguarda gli impianti di termovalorizzazione (gli inceneritori): il M5S è notoriamente contrario all’utilizzo degli inceneritori. Luigi Di Maio a Di Martedì ha spiegato che gli inceneritori portano con sé tangenti e malaffare. Ciononostante Roma Capitale continua ad utilizzare gli impianti di termovalorizzazione degli altri per soddisfare il fabbisogno di smaltimento dei rifiuti.
Sempre a porta a Porta la Raggi ha detto che il Comune ha proposto la creazione di tre ecodistretti. La giunta Marino in passato aveva proposto la creazione di quattro ecodistretti ma una volta insediata la giunta pentastellata l’assessore all’ambiente Paola Muraro si era impegnata a bloccare la costruzione di quello di Rocca Cencia, considerato la spina dorsale del programma degli ecodistretti. 
Per essere precisi, si deve comunque segnalare che proprio su Rocca Cencia  anche Regione Lazio si è resa colpevole di un simpatico scaricabarile non volendo autorizzare l’utilizzo dell’impianto. 
Ad oggi in Regione la giunta Raggi non ha presentato alcuna proposta per la costruzione degli ecodistretti. Inoltre la Regione ha predisposto l’invio all’estero dei rifiuti indifferenziati al fine di alleggerire il Tmb Nuovo Salario. A vincere la gara europea è stata  la tedesca Enki che si è aggiudicata lo smaltimento di 160 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati all’anno. 
Nel frattempo gli impianti Tmb di Ama continuano a non funzionare. A fine novembre 2016 la Raggi aveva trionfalmente annunciato il nuovo corso di Ama, e curiosamente lo faceva copiando le misure proposte e adottate dall’ex Ad Fortini e dall’ex sindaco Marino. 
È vero che il piano per lo smaltimento dei rifiuti necessita di un aggiornamento ma a quanto pare il Comune di Roma nell’ultimo anno ha ribadito che non era necessaria la costruzione di nuovi impianti. Questo perché secondo i 5 Stelle entro il 2021 si arriverà al 70% della percentuale di raccolta differenziata, ovvero il doppio di quella attuale. 
Oggi l’evidenza dei fatti concreti ha costretto la Raggi e la Montanari a dichiarare l’esigenza di nuovi impianti, ma da realizzarsi fuori dal territorio comunale!
Il ciclo dei rifiuti a Roma: Ogni anno la Capitale produce 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Solo il 43%, ovvero 700.000 tonnellate, riesce a passare per il circuito della raccolta differenziata. Il resto passa per gli impianti di Tmb (trattamento meccanico biologico) che procedono allo sminuzzamento, al compostaggio e alla vagliatura. Altre 700mila tonnellate vengono bruciate nei termovalizzatori di Colleferro, San Vittore, Ravenna e Pavia oppure inviato in Austria e Portogallo, con cui Ama all’epoca di Fortini ha firmato accordi.
I quattro impianti Tmb esistenti sarebbero bastati se fosse aumentata la fetta di spazzatura ‘differenziata’. Così non è stato durante il primo anno di Virginia Raggi (con l’assessora Paola Muraro all’Ambiente), in cui si decise di abbandonare il piano dell’era Marino. Marino voleva creare degli ‘ecodistretti’ con impianti anaerobici dove i rifiuti si sarebbero trasformati in biogas; più in là avrebbe dovuto realizzare una nuova discarica. Raggi e Muraro non vollero sapere né della discarica né del biogas, contro cui M5S (incomprensibilmente, visto che è un processo super ecologico e sicuro) ha sempre mobilitato i cittadini. Risultato, i quattro Tmb romani non ce la fanno. Scoppiano letteralmente.
Trasformare l’immondizia in gas creerebbe una grande ricchezza; in teoria, anche bruciarla come carburante porterebbe un guadagno. Roma però paga, e salatamente, per esportarla ad esempio via treno all’estero a Vienna, in Austria: invece di guadagnarci, sborsa 136 euro a tonnellata. Restano 300mila tonnellate di spazzatura che, una volta trattata, deve finire in discarica. Ma Roma una discarica non ce l’ha. Per adesso chiede aiuto ad alcuni siti del Lazio, oppure manda a caro prezzo in altre regioni (Abruzzo) o all’estero (Austria, ma anche via nave in Portogallo). La legge dice che i rifiuti vanno smaltiti dove sono prodotti: cioè a Roma o nella Città Metropolitana. La Regione Lazio ogni tre mesi scrive a Virginia Raggi ‘sindaco metropolitano’ invitandola a realizzare una discarica da 500mila tonnellate l’anno.
In conclusione: La difficoltà di Virginia Raggi è ideologica, non può ignorare il problema e non può ignorare che le soluzioni vanno solo verso direzione. Purtroppo però, le posizioni ideologiche del suo movimento e le cambiali elettorali firmate con i comitati di quartiere le impediscono di dire quali e quanti impianti vuole fare (e dove) per chiudere il ciclo dei rifiuti come accade in tutte le metropoli europee. 
Decisa nel dire no alle discariche, viene comunque smentita da un documento della città metropolitana (di cui è presidente) che individua i siti potenziali. Poi c’è lo scontro con la Regione alla quale ha intimato di autorizzare gli impianti in stand-by, citandone però solo uno, naturalmente fuori Roma. 
I Comuni delle altre Province sono sul piede di guerra. Del resto non è facile spiegare come Roma, che produce più del 50% di tutto il Lazio e ha la superficie comunale più grande d’Europa, pari a quella delle altre 8 maggiori città italiane messe insieme, pretenda di appioppare al resto della regione la sua immondizia. 

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autore / Luca Lippi
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