Gay Pride e raduno degli harleysti: le avanguardie di una società inclusiva

18 giugno 2013 ore 12:07, Domenico Naso
Gay Pride e raduno degli harleysti: le avanguardie di una società inclusiva
Lo scorso weekend, Roma ha ospitato due raduni chiassosi e festosi, molto diversi tra loro eppure così simili nel messaggio di fondo. Da un lato, il rumoroso raduno europeo delle Harley Davidson; dall’altro, il Gay Pride, che ha coinvolto 100mila persone provenienti da tutta Italia.
Due momenti di condivisione distinti e distanti, forse antitetici, ma entrambi caratteristici di una città grande, aperta, inclusiva, tollerante, molteplice e plurale. Gli harleysti, con il loro approccio quasi religioso al pregiato bolide, rappresentano da decenni la libertà, la voglia di andare alla scoperta del mondo, di confrontarsi con l’altro da sé ed esplorare spazi sconosciuti, fisici o mentali che siano. Il Gay Pride, invece, rappresenta l’avanguardia della battaglia per i diritti civili del XXI secolo. Una battaglia vinta quasi ovunque, in Occidente, ma che in Italia è ancora in corso e il cui esito è tutt’altro che scontato. Cosa c’era di inopportuno, dunque, nei due raduni che hanno riempito e colorato la Capitale? Nulla, in verità. Al contrario, Roma si è mostrata in tutto il suo splendore e ha fatto vedere al mondo quali sono le sue potenzialità di accoglienza, tolleranza, apertura mentale. Potenzialità, sì, perché nei fatti la città non si è mai espressa al meglio delle sue possibilità. Troppo spesso ha preferito chiudersi in steccati anacronistici, difendendo una “sacralità” del suolo romano che nulla ha a che fare con la religione o con la tradizione, ma che somiglia più a un arroccamento sterile su posizioni fuori dal tempo e dalla storia. E chi sostiene che gli harleysti o gli attivisti per i diritti gay non appartengono al mondo reale, evidentemente non capiscono la vera essenza della società contemporanea. Non è questione di branco o di gruppi umani quasi tribali, ma di senso dell’appartenenza a una causa, a uno stile di vita, a un’aspirazione. Ed è francamente bislacco che a criticare queste forti identità sia chi dell’identità ha fatto una bandiera, spesso eccessiva e al limite del fanatismo. Delle due l’una: o la difesa strenua dell’identità va bene sempre, e quindi fa tutelata, o mai. Gli identitari a intermittenza, i difensori del sacro suolo, le scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano perché hanno terrore della contemporaneità, sbagliano clamorosamente l’approccio al mondo di oggi. I vandeani del XXI secolo prima o poi dovranno arrendersi all’evidenza: il mondo intero, e quindi anche Roma, è aperto, inclusivo, accogliente, molteplice e variegato. E solo rispettando la libera espressione delle idee di tutti, dagli harleysti agli omosessuali, si potrà costruire una società pacificata e post-ideologica. Fino ad allora, continueremo a perdere tempo in dispute stantie tra guelfi e ghibellini, papalini e laici, tradizionalisti e progressisti, mentre il resto del mondo va avanti, e noi restiamo al palo.
autore / Domenico Naso
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