Corcolle, parla un residente: "Da noi c'è rabbia. Ecco come ci difendiamo"

24 settembre 2014 ore 10:40, Adriano Scianca
Corcolle, parla un residente: 'Da noi c'è rabbia. Ecco come ci difendiamo'
Precisa di non avere nessun ruolo in nessun comitato ma di essere solo un normale cittadino di Corcolle, all'estrema periferia est di Roma. "Un uomo libero", precisa. Stephane Primiceri si è trovato quasi suo malgrado a fare da referente per una folla arrabbiata dopo l'episodio dell'assalto a un autobus di linea da parte di un gruppo di immigrati inferociti e apparentemente interessati a gettare nel caos un'intera borgata. Stephane, come si è trovato a interloquire con i cittadini del suo quartiere dopo quello spiacevole fatto di cronaca? «Io sono un semplice cittadino, sono un abitante di Corcolle e un uomo libero. Mi sono ritrovato a farmi carico di questa situazione solo perché in quel momento ho cercato di riportare la calma». Non esiste un comitato di quartiere? «Esiste, ma ci dà solidarietà solo a livello umano, rifiutandosi di portare la cosa a livello istituzionale. C'è anche una associazione di negozianti, si chiama “Made in Corcolle”, che ci sta dando una mano in questa battaglia». Battaglia per cosa, esattamente? Quali sono le vostre richieste? «Semplicemente che il presidente del VI municipio e il prefetto mantengano la parola. Ci hanno infatti assicurato che entro sette giorni verrà sgomberato il centro di prima accoglienza nel quartiere». Per la vostra rivolta c'è chi ha parlato di razzismo... «Non è vero, la nostra non è una protesta razzista, è una rivolta che nasce dall'insofferenza quotidiana. La nostra è una zona abbandonata, come del resto accade in tutta Roma est. Ogni volta che piove ci allaghiamo in modo importante. C'è prostituzione, ci sono stranieri che bivaccano nei bar tutto il giorno...». Com'è il rapporto quotidiano tra italiani e stranieri a Corcolle? «Vede, a Roma c'è più perbenismo, ci sono i famosi “radical chic”, qui in borgata c'è gente più verace. Quindi c'è solidarietà. Molti stranieri lavorano e non danno problemi. E comunque, in una comunità molto unita e coesa, è difficile che riescano a dare problemi, il quartiere non lo permetterebbe». Il problema allora qual è? «Sono i centri di prima accoglienza, che del resto hanno causato problemi analoghi a Torre Angela, a Ponte di Nona, in tutta Roma est. Ci sono persone buttate lì e abbandonate. C'è gente che ha visto l'asfalto per la prima volta nella sua vita qui, a Corcolle. Fanno quello che vogliono, entrano e escono senza controllo». Come giudica la storia del diciassettenne che ha causato la morte dell'immigrato pachistano in seguito a una lite? Il quartiere ha preso posizione per il ragazzo... «Conosco quella zona, è qui vicino, io ci sto lavorando proprio in questi giorni. Capisco l'esasperazione. Si tratta ovviamente di una cosa brutta, che non doveva succedere. Però in queste situazioni, alla fine reagisci. Qualche giorno fa, sotto casa mia, c'erano una decina di immigrati che davano fastidio, urinavano dappertutto, a un certo punto hanno insultato mia madre. Io ho sentito l'impulso di difendere la mia famiglia. Fortunatamente tutto si è risolto senza problemi, ma poteva finire male. Il fatto è che anche se sei tollerante, alla fine diventi intollerante, perché sei stanco e hai paura». Quale è stata la risposta delle istituzioni? «[Ride - ndr] Può bastare come risposta?». La vostra è una protesta connotata politicamente? «Guardi, ieri notte eravamo in 600 in piazza. C'era gente del Pdl, c'erano comunisti. Eravamo tutti uniti sotto un'unica bandiera: quella verde bianca e rossa».
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