Centrodestra a Roma, dopo il D-Day di giugno faranno tutti finta di nulla (ma qualcosa è cambiato)

26 aprile 2016 ore 12:29, intelligo
di Amedeo Giustini

La telenovela romana del centrodestra si sta concludendo con un nulla di fatto. Tutti in ordine sparso dopo l’implosione che ha lasciato solo le macerie in una parte politica che ha concluso la sua parabola discendente.
Si chiama il patto del Nazareno che sembrerebbe ancora vivo o patti andati in malora come la virata brusca della Meloni.
Di chiacchiere, è vero, ne sono state spese tante ma più che ricostruire Roma qui c’è da rifondare il centro destra e se qualcuno crede di uscirne indenne da questa pessima gestione pre-elettorale solo per ragioni particolari, interessi di bottega o per il mantenimento di una certo consenso romano-centrico si sbaglia di grosso.
La Raggi tira dritto, Giachetti ringrazia e gongola, Marchini allungherà il passo, la Meloni cercherà di non fare brutta figura, Bertolaso non arriverà ad un consenso a due cifre e Storace, l’unico candidato che auspicava l’unità sfumata, raccoglierà, a meno di sorprese dell’ultima ora, le briciole di un consenso identitario.
L’individualismo esasperato, il protagonismo assoluto, la mancanza di umiltà, di un gioco di squadra e la priorità data al “con chi stai” e non al “dove vuoi andare” o al programma per Roma ha prodotto il disastro che è ormai sotto gli occhi di tutti.
Si è ristretta la forbice tra Destra e Sinistra fino ad annullarsi ma si è allargata la diade "alto e basso", dove in alto abbiamo coloro che non sono stati in grado di decidere per tutti e in basso i militanti, i simpatizzanti e gli elettori che, sconcertati e disorientati, avrebbero voluto partecipare alla scelta del candidato a Sindaco di Roma attraverso primarie serie e non attraverso le Cazzarie o le Uniche.
Le elezioni amministrative di giugno decreteranno la fine del centro-destra così come l’abbiamo conosciuto e si aprirà una fase del tutto nuova e speculare al centro sinistra. Non sappiamo se il PdR (Partito di Renzi) si trasformerà nel partito della Nazione, magari dopo un colpo a sorpresa volto a resuscitare il senso di patria e l’orgoglio nazionale, toccando corde molto sensibili nel popolo di centro destra, ma sappiamo benissimo che nella parte destra della mela si aprirà un fase nuova.
Molti ragioneranno sulla nuova leadership senza prima pensare ai contenuti.  Prima viene il capo e poi il resto partendo dalla convinzione che basta un viso che buca il video per avere il consenso necessario e cucinare un misto di paure e populismo invece di ragionare su quali piattaforme far ripartire il centro destra per poi scegliere chi possa incarnarlo.
Molti penseranno di sopravvivere dopo il D-Day di giugno facendo finta di nulla, perché alla fine proprio perché tutti avranno perso, nessuno sarà uscito definitivamente sconfitto.
Pochi rifletteranno, questo sì, sulla necessità di costruire una destra moderna su basi nuove e al passo con i tempi partendo dal nostro patrimonio umano culturale che ancora sopravvive nonostante tutto in una sorta di motu proprio fatto di riviste, quotidiani on line, pubblicazioni di libri e, addirittura, spettacoli teatrali che ci commuovono e molto più belli dei vari teatrini della politica che ci fanno solo sorridere amaramente.
C’è spazio per una nuova destra, che affondi le proprie radici culturali nella patria storica, che abbia una visione armonica della vita, capace di attualizzare i valori della destra del primo tempo di Alleanza nazionale, che creda negli Stati Uniti d’Europa partecipando attivamente al suo cambiamento e sia aperta a tutti coloro che dimostrano di amare e di meritare l’Italia. Una destra maggioritaria che abbia la forza e la capacità di riunire tutte le destre attraverso un programma comune. 
Quale occasione migliore per farla nascere in occasione dell’appuntamento dell’anno, il referendum confermativo di ottobre, dove non sarà una battaglia solo partitica ma politica per garantire ai nostri figli un futuro libero, di partecipazione e di democrazia diretta.



 


 

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