Tra il killer di via Poma che (ancora) non c’è e il caso Amanda, c’è una giustizia incerta

27 febbraio 2014 ore 16:18, Americo Mascarucci
Tra il killer di via Poma che (ancora) non c’è e il caso Amanda, c’è una giustizia incerta
E’ stato accertato che il delitto di via Poma, avvenuto a Roma nell’agosto del 1990, è senza colpevoli. Eppure Simonetta Cesaroni è stata assassinata, questo è fuor di dubbio. Un colpevole c’è, esiste, a meno che nel frattempo non sia morto.
Qualcuno quelle coltellate con inaudita ferocia le ha inferte al corpo della ragazza all’epoca ventunenne. Raniero Busco è innocente, anche se la famiglia di Simonetta continua a pensare il contrario e resta convinta che, l’unica sentenza giusta sia quella di primo grado che aveva inflitto all’ex fidanzato 24 anni di carcere. Ma l’Italia è uno Stato di diritto, dove la colpevolezza di un imputato può essere considerata realmente accertata solo dopo il terzo grado di giudizio. E nel caso di Busco, tanto il secondo che il terzo grado, hanno stabilito che le prove raccolte dagli inquirenti a suo carico, erano in grado di dimostrare poco o nulla. E nei processi sono le prove che contano, non le congetture o gli indizi per quanto credibili possano presentarsi. E’ comprensibile l’amarezza della famiglia Cesaroni, ma in uno Stato di diritto è meglio che un colpevole resti a piede libero che un innocente finisca in galera. E se nessuno alla fine è pronto a mettere davvero la mano sul fuoco sull’innocenza dell’uomo (tranne forse la moglie e gli amici più stretti), non è nemmeno lontanamente ipotizzabile che si potesse condannare Busco senza prove soltanto per l’esigenza di avere un colpevole a tutti i costi. Probabilmente il giallo di via Poma continuerà a restare senza colpevoli, non si saprà mai chi ha davvero ucciso Simonetta Cesaroni. Ma questa non è una peculiarità del singolo caso; sono infatti tanti in Italia i delitti rimasti irrisolti o che hanno dei colpevoli che tali non sono, dal momento che, anno dopo anno, sono emersi elementi o situazioni nuove che, pur non avendo comportato una revisione del processo, hanno comunque aperto seri interrogativi sulla veridicità di un giudizio pur definitivo (vedi la strage di Bologna). Anche su via Poma sono aleggiati i sospetti di un coinvolgimento dei servizi segreti, al punto che c’è chi è arrivato ad ipotizzare che l’omicidio sia stato compiuto da un agente che si sarebbe invaghito della ragazza, fino ad assassinarla di fronte all’indisponibilità di quest’ultima a consumare un rapporto sessuale. Un testimone, uno dei tanti che disse di avere informazioni scottanti sulla vicenda, rivelò che nello stabile dove Simonetta è stata uccisa era operativo un ufficio del Sisde che agiva sotto copertura. E naturalmente da qui sarebbero poi scaturiti tutti gli insabbiamenti che lo stesso agente, con l’ausilio di suoi colleghi e la complicità dei poliziotti che svolsero i primi accertamenti, avrebbe messo in atto per sviare le indagini. Anche questa del resto è un’abitudine tutta italiana, di tirare in ballo servizi segreti o apparati deviati dello Stato ogni volta che la risoluzione di un giallo si rivela complessa. Sta di fatto che una ragazza è stata uccisa brutalmente ed un altro protagonista della vicenda, il portiere Pietrino Vanacore sospettato sul principio di essere l’assassino, è morto suicida in circostanze misteriose. Chissà se migliore fortuna avrà la povera Meredith Kercher? Nel suo caso la Cassazione ha annullato l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito ed un nuovo processo d’appello ha stabilito la loro colpevolezza. Ma adesso c’è di nuovo la Cassazione, e non è escluso che possano arrivare nuovi colpi di scena. Ma intanto, possono gli italiani nutrire fiducia in una giustizia che, sempre più frequentemente smentisce, ma sarebbe meglio dire, demolisce se stessa? Se è vero che esistono appositamente tre gradi di giudizio per accertare la verità dei fatti (ed è bene che vi siano), come non restare sconcertati di fronte a giudici che nel ribaltare i giudizi precedenti come nel caso del delitto di Perugia, arrivano a mettere in dubbio la competenza e la professionalità stessa dei colleghi che si sono pronunciati in precedenza, fino ad accusarli di superficialità e pressappochismo?
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