Arsenico: dai romani ai Borgia... e oggi a Viterbo. Ecco la storia del veleno

27 novembre 2013 ore 10:37, intelligo
Arsenico: dai romani ai Borgia... e oggi a Viterbo. Ecco la storia del veleno
di Andrea Davì In questi giorni si è tornati a parlare di arsenico nella vicenda delle acque inquinate della provincia di Viterbo. Il Codacons  ha lanciato una diffida nei confronti di Regione, Comuni e Talete spa (l'azienda erogatrice), colpevoli di inadempienza e scarico di responsabilità. E mentre la soluzione del problema appare lontano, i viterbesi continuano a pagare una tariffa come se l'acqua fosse potabile, anzi si prospetta per loro addirittura un aumento della bolletta per sostenere le spese d'impianto e di gestione dei dearsenificatori realizzati e per gli altri che si dovranno costruire entro il 31 dicembre 2014. Per la gente della Tuscia dire che siano "avvelenati" non sarebbe un eufemismo. Ma qual è la storia dell'arsenico? Quando i romani scoprirono l'arsenico, nelle miniere del Monte Amiata nel III secolo a.C., venne  rivoluzionata la pratica dell'avvelenamento: è infatti sufficiente  somministrare questo veleno in piccole dosi  in modo continuo per determinare un progressivo stato di debilitazione che lentamente conduce alla morte. Tuttavia nell'epoca imperiale la storia dimostra che i romani preferissero di gran lunga la guerra privata per risolvere le loro questioni e per tale motivo gli studiosi impongono il beneficio del dubbio sull'uso di questo veleno anche per episodi famosi di avvelenamento: come quello dell'imperatore Augusto da parte della moglie Livia, o quello di del figlio di Catilina per mano del suo stesso padre. Bisognerà attendere il Quattrocento e la nascita della chimica, per vedere affermarsi sulla scena delle corti europee l'utilizzo dell'arsenico come principale ingrediente atto alla pratica del veneficio, un mezzo silenzioso ed assolutamente efficace per eliminare politici, nemici o scomodi amanti. Gli italiani furono i più solerti nell'utilizzare questi nuovi filtri tossici, tanto che un metodo di avvelenamento prese il nome proprio dal nostro Paese: "la camicia all'italiana" e consisteva nello strofinare l'indumento della vittima con un sapone all'arsenico. Un altro noto veleno dell'epoca fu "l'acquetta di Perugia" o "l'acqua Tofana" così chiamata perché inventata dalla cortigiana palermitana Giulia Tofana ai tempi di Filippo IV di Spagna: un liquido incolore e insapore ottenuto facendo bollire in acqua arsenico e limatura di piombo. I sali di arsenico e di piombo era altamente tossici ma procuravano una morte lenta priva di sintomi che scongiurava il pericolo di sospetti. Si rivelò il veleno ideale da somministrare con cibi e bevande ed ebbe straordinario successo soprattutto negli ambienti ecclesiastici. Le cronache raccontano che ne caddero vittime almeno tre papi: Urbano IV, Martino IV e Benedetto XI. Ma se a Perugia una vecchia filastrocca ripeteva “Adagio, adagio, non tanta fretta perché a Perugia si dà l’acquetta” a Roma invece un monito consigliava: “a casa Borgia si mangia e si beve con moderazione”. La famiglia di papa Alessandro VI (morto avvelenato), di Cesare e di Lucrezia invece unì indissolubilmente il proprio nome alla celebre "cantarella": una polvere bianca, simile allo zucchero ottenuta dalla macinazione delle viscere di un maiale prima cosparse di arsenico e poi lasciate essiccare . Gli alcaloidi uniti all'acido arsenioso accrescevano la violenza tossica della sostanza che provocava la morte dopo un'atroce agonia che poteva durare anche 24 ore. Tra le numerose vittime del "vin dei Borgia" forse vi fu anche papa Clemente XIV, morto nel 1774 ufficialmente per cause naturali ma avvelenato, secondo la tradizione popolare, dai Gesuiti di cui aveva soppresso la Compagnia. La macabra fortuna di questo veleno finì a partire dal1836, anno in cui il chimico britannico James Marsh ideò un "test" in grado di identificare attraverso un esame tracce infinitesimali di arsenico. Una legge romana, risalente all'imperatore Antonino Pio, proclama: «Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio» "È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada". Eppure oggi, si può morire anche solo per un sorso d’acqua.
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