EDITORIALE, Torriero: "Totti in Parlamento. Quei valori uscendo dallo stadio..."

29 maggio 2017 ore 12:45, Fabio Torriero
Totti for ever e Totti in Parlamento. Visto che in politica ci sono tanti esponenti (virtuosi) della società civile, dagli imprenditori, agli artisti, agli scrittori, Francesco potrebbe benissimo occupare uno scranno alla Camera o al Senato. A destra, a sinistra, al centro, non importa.
Perché è un simbolo vivente. E in politica, nella cosa pubblica, conta il prodotto percepito, conta l’effetto dei gesti, conta l’esempio, ciò che si riesce a rappresentare, e ciò che si riesce a comunicare agli altri. Si chiama pedagogia, un valore troppo spesso sottaciuto, un viatico per far crescere e far maturare bene i giovani, in questo momento storico (parlo di una gran parte di loro), avvolti in un torpore spaventoso, in continuo galleggiamento passivo, dentro bolle virtuali, autoreferenziali, autocentrate, anaffettive e incomunicanti. 
Il pallone (in questo caso), concepito e usato dal sistema come mezzo di evasione collettiva, sfogo e alienazione dalla vita concreta (fonte di dispiaceri sociali e rabbia economica), può per il principio dell’eterogenesi dei fini, diventare cifra esistenziale alternativa. Flusso benefico proprio per il Palazzo.

Di Francesco Totti parla la sua vita di campione e di atleta; parla di come ha saputo “valorizzare” con autoironia anche i suoi difetti di romano doc, e soprattutto parla di come ha saputo concludere. Un campione si vede sia nei momenti di gloria, sia quando comprende che il tempo è passato. Quando sa come ritirarsi dalla scena, senza diventare patetico, nostalgico, autodistruttivo e polemico contro il nuovo. 
Le sue parole-chiave, ieri all’Olimpico, sono state emblematiche. Mettiamole insieme e facciamole girare, ruotare: storia, bambini, favola, maglia, capitano, onore, vita, emozione amore.
Per un attimo estendiamo questo sogno all’Italia. 

Perché uscendo dallo stadio, questi valori che riassumono la vita coerente di Totti, non possono tornare il mastice della società? Mi riferisco (decodificando il momento del suo addio, dalle sue parole ai suoi gesti), ai principii di coerenza, di appartenenza (la squadra), di identità (la fedeltà alla maglia), di famiglia (quando ha abbracciato figli e moglie), al concetto di capitano, di guida positiva per tutti (e il fatto che pure le altre tifoserie lo abbiano in precedenza applaudito, lo conferma). Oggi è solo la curva il sinonimo di patria? La patria può riprendere il suo ruolo di curva?
Ci sono popoli in Europa che amano, rispettano i loro simboli identitari, perché noi, invece, ci vergogniamo o con l’autolesionismo ideologico o con l’esterofilia? O peggio, con l’indifferenza? E’ vero che dal Palazzo non abbiamo molti esempi di cui vantarci. Ma il vento deve partire dal basso.
Italiani, torniamo tifosi dell’Italia.

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