CasaPound a Battistini, parla l'organizzatore del presidio: "Eravamo pronti a difenderci"

04 giugno 2015, Adriano Scianca
CasaPound a Battistini, parla l'organizzatore del presidio: 'Eravamo pronti a difenderci'
Pomeriggio di tensione, ieri, a Battistini, quadrante nord-ovest di Roma, dove una manifestazione dei comitati di quartiere a cui ha aderito anche CasaPound Italia si è contrapposta a un presidio di centri sociali e immigrati. Ne parliamo con Simone Montagna, militante di Cpi e presidente del comitato di quartiere. 

Cosa è successo ieri a Battistini? 

«La manifestazione era indetta dal comitato Fenix 13 e CasaPound vi ha aderito. Tutto è nato in seguito all'omicidio della donna filippina falciata qualche giorno fa da una macchina guidata da tre rom. Del resto quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dato che il quartiere è da anni in una situazione di totale illegalità». 

Per cosa protestavate, quindi? 

«Per chiudere i campi rom, che sono un focolaio di criminalità. Ricordiamo anche l'episodio della scuola Domizia Lucilla, situata proprio a due passi dal campo di via Cesare Lombroso, con una convivenza sempre più difficile fra studenti e abitanti del campo. Già a novembre il Blocco Studentesco protestò per questo fatto, ma la stampa reagì montando una assurda campagna stampa contro chi difendeva gli studenti anziché contro chi li vessava». 

Sul posto sono arrivati anche i centri sociali, ci sono stati momenti di tensione. Puoi raccontarci come sono andate le cose? 

«Noi abbiamo organizzato la manifestazione qualche giorno prima, chiedendo regolare autorizzazione. Poco prima del nostro arrivo, tuttavia, la piazza è stata occupata da centro sociali e immigrati, che volevano impedirci di manifestare. Quando siamo arrivati, tuttavia, i disturbatori erano già stati dispersi dalle forze dell'ordine». 

Non c'è stato contatto quindi? 

«No, quando siamo arrivati loro già non c'erano più. Noi, in ogni caso, siamo sempre pronti a difenderci e a tutelare il nostro diritto di poter manifestare». 

La vittima dell'investimento era una filippina. La sinistra sostiene che nelle vostre proteste incontrate una contraddizione di fondo, rispetto a questo dato...

«No, e perché mai? Intanto diciamo che la vittima era una immigrata regolare e integrata. Dei suoi assassini il minimo che possiamo dire è che di integrarsi non avessero alcuna voglia. Poi possiamo discutere dei motivi della sua presenza in Italia, possiamo fare tutte le analisi che vogliamo. Sarebbe bello che anche i filippini trovassero benessere e lavoro in casa propria, senza dover andare dall'altra parte del mondo. Ma questo ora è secondario. La tragedia è terribile a prescindere. L'emergenza immediata è quella della sicurezza». 

Cosa rispondete ai centri sociali che vi danno degli sciacalli e dicono che sfruttate i casi di cronaca per racimolare consenso? 

«Questo è assurdo. Se avessimo scoperto l'argomento solo oggi la critica potrebbe anche avere un senso, ma noi da anni denunciamo queste situazioni. Anzi, siamo noi i primi a essere arrabbiati perché servono sempre i casi di cronaca per portare alla luce le emergenze».
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