Quando la terapia sale sul palco: ecco la ricetta della felicità

04 novembre 2014 ore 14:11, Adriano Scianca
Quando la terapia sale sul palco: ecco la ricetta della felicità
È un “viaggio narrativo al centro di noi stessi”, al termine del quale possiamo raggiungere niente di meno che la felicità. Per mettersi in cammino basta andare... a teatro. “Le porte della felicità” è uno spettacolo dello psicoterapeuta Marco Lombardozzi, per la regia di Tonino Tosto, che in questi giorni è andato in scena al Teatro dell'Angelo, a Roma. Parlando al pubblico di tutto ciò che si frappone fra noi e la felicità. Lombardozzi, di cosa tratta il suo spettacolo? «Il mio è “intrattenimento-terapia”, una forma teatrale leggera ma che propone concetti che hanno a che fare con la psiche umana. Penso al silenzio, alla capacità di ascoltare, all'amicizia, alla gratitudine, al rispetto. Ogni volta che si acquisisce uno di questi ci si sente molto meglio». Certo il tema è impegnativo: la felicità. Lei ha un segreto da svelarci a proposito di come raggiungerla? «Ovviamente io non propongo alcuna formula magica, parlo piuttosto di un percorso. Non a caso lo spettacolo si chiama “Le Porte della felicità”. Si tratta della strada da fare non per avere la felicità assoluta, ma per vivere dei momenti più felici. Il punto di partenza è la nostra epoca, in cui le persone che abbiamo intorno sono sempre più infelici. Io mi chiedo perché accada questo». Qualcuno, prosaicamente, potrebbe risponderle che la crisi economica certo non aiuta... «Non voglio entrare in questioni economiche, ma certo mi sembra che qualcuno ci voglia sempre più impauriti per poterci governare meglio. Se qualcuno ti dice che ha la chiave della tua salvezza tu sarai disposto a tutto. In uno dei momenti dello spettacolo esclamo: “Ma è tutto un allarme!”. Ogni giorno c'è un'emergenza. Si vuole che la gente viva in una dimensione di paura. È questo che produce infelicità». Psicologia e teatro: la combinazione l'ha inventata lei? «In realtà esiste già l'art therapy, dove la terapia si fa con le varie forme d'arte, quindi anche il teatro. Quello che sto cercando di fare io è però diverso e forse è una cosa un po' originale, in effetti, in quanto chi viene a vedere il mio spettacolo non subisce alcuna terapia, ovviamente. Infatti lo chiamo entertain therapy, intrattenimento-terapia. Non c'è terapia, dicevo, ma ci sono dei messaggi che il pubblico può elaborare. E magari avere gli stessi benefici che se fosse andato davvero da uno psicologo».
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