Allarme rosso, il governo può cadere: ipotesi sulla sindrome Letta

01 giugno 2017 ore 14:27, Luca Lippi
E se il governo Gentiloni dovesse cadere? Qualche considerazione per capire cosa sta succedendo nelle ultime ore. Scatta l’operazione ‘stai sereno’ di Matteo Renzi che userà il sistema dei buoni lavoro (non inventati da lui, e quindi sacrificabili) i voucher riaffiorano mentre si discutono i destini delle future legislature con la nuova legge elettorale. Renzi da un lato tesse la tela con Berlusconi e Grillo per tagliare fuori dal prossimo Parlamento chi ha meno del 5%: e il suo vero obiettivo non è Alfano (tuttavia anche lui farebbe bene a stare sereno) ma gli ex democratici scissionisti di Bersani, Speranza, D'Alema. Sono usciti dal Pd, non dalla maggioranza; però i voucher no, quelli proprio non possono vederli. Se alla Camera i loro voti non servono, al Senato sarà battaglia.
È una fase delicatissima della legislatura e anche per questioni internazionali sarebbe bene muoversi cercando di fare meno rumore possibile. E invece è in corso un vero e proprio braccio di ferro. 
Il governo non tremerebbe, neanche sotto il fuoco incrociato dell’Armata Rossa pronta a silurare i voucher. è già pronto il soccorso Azzurro. Qualora dovessero mancare dei voti, Forza Italia non esiterebbe a metterci la faccia per difendere Gentiloni.
Ma la mossa dei voucher è anche un'esca lanciata da Renzi, una polpetta avvelenata per mettere in difficoltà il governo Gentiloni se non addirittura per farlo cadere.
Dietro alla voglia di intervenire sui voucher si annusa un’aria tipica delle vaste intese. Ed è facile inquadrarla a sua volta nel piano di cui hanno discusso Renzi, Berlusconi e lo stesso Grillo.  
Allarme rosso, il governo può cadere: ipotesi sulla sindrome Letta
 
Il piano consiste nel precipitarsi alle urne in autunno, forse addirittura il 24 settembre, senza curarsi di come la prenderebbero i mercati (male, probabilmente). Per ragioni diverse ma convergenti, i tre contano di andarci con un sistema proporzionale e la soglia di sbarramento al 5%. Questo sistema, convenzionalmente definito ‘tedesco’, richiede qualche altra settimana di gestazione. Ma ecco l’inconveniente, prima ci sono i voucher. Se per colpa di Bersani il governo inciampasse, se dopo l’inciampo Gentiloni fosse costretto a dimettersi, e se per reazione alla sua caduta il Pd gridasse “adesso basta, torniamo alle urne”, probabilmente andremmo a votare in settembre, come vuole Matteo. Però non con il ‘tedesco’, pallino di Silvio e parte integrante del piano, ma con la legge figlia della Consulta: circostanza sgradita a Berlusconi. Il quale dunque ha tutto l’interesse che nessun dramma politico si consumi di qui al varo della riforma elettorale. A costo di far vedere l’’inciucio’ e di approfondire l’abisso che già lo divide da Salvini. 

In concreto però, la possibilità di elezioni a ottobre è comunque qualcosa di molto fumoso.
Ci sarebbe anche un’altra partita che si sta giocando, quella finanziaria e nello specifico la crisi bancaria che di tutto ha bisogno meno che delle urne aperte in autunno
Ad oggi il dissesto delle due Popolari venete è ancora gravemente lontano dall'essere risolto e quello di Mps non è ancora definitivamente tamponato. Delegittimare subito Gentiloni (il premier che ha utilizzato il G7 per confrontarsi direttamente con il cancelliere tedesco Angela Merkel sulla rigidità della Ue sui salvataggi bancari italiani) significa lasciare Popolare di Vicenza e Veneto Banca alla deriva, con probabilità crescenti di collasso definitivo: e non per la rigidità di Bruxelles post-Brexit o di Berlino in campagna elettorale, ma anzitutto perché a Roma non ci sarebbe più un esecutivo minimamente credibile per affrontare la stretta finale di una trattativa ormai tutta politica.
Padoan in charge come ministro finanziario sia per la crisi bancaria sia per la legge di stabilità 2018 può trasformarsi in un punto di relativa forza laddove nel probabile Merkel-4 di coalizione potrebbe esserci meno spazio per i falchi come Wolfgang Schauble
Il ‘non detto fino a ora’ certamente più intrigante è comunque quello che sta consigliando a settori sempre più vasti dell'establishment nazionale di dare meno fiducia a Renzi, attendendo il possibile rientro in Italia di Mario Draghi: questo sì ‘anticipato’ rispetto alla scadenza naturale del 2019.
Draghi potrebbe lasciare il vertice della Bce (probabilmente al tedesco Jens Weidmann) in coincidenza con la fine del Qe dell'euro e l'apertura operativa del cantiere di riforma dell'Eurozona. Questa, in teoria, potrebbe risultare una partita di scambio ‘macropolitico’: un trasferimento concertato di poteri Tra Draghi (di cui urge la sua presenza in Italia) candidabile a premier ricostruttore dell’Eurozona e Weidmann che sarebbe disposto ad accompagnare un'ordinata soluzione delle crisi bancarie e (forse) con un'ordinata impostazione di un programma taglia-debito in un Paese che non è né la Grecia né la Spagna. Un'Italia che Renzi ha dato scarsa prova di saper guidare sul terreno bancario e su quello della finanza pubblica.

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autore / Luca Lippi
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