La password della settimana: tedeschellum

01 giugno 2017 ore 15:26, Paolo Pivetti
Dunque si stanno mettendo d’accordo sul sistema elettorale. Accordo, per ora soltanto verbale, che sembrerebbe frutto di un prodigioso risveglio del buon senso. L’orientamento generale, confermato da consultazioni incrociate, è per un sistema proporzionale alla tedesca, presto soprannominato tedeschellum.
Sorvolando sugli aspetti tecnici di una legge elettorale che il Parlamento deve ancora discutere e approvare, curiosa è qusta denominazione, scherzosamente familiare, e finto-latina di tedeschellum. Come nasce?
Pertiamo da tedesco. Questo aggettivo di nazionalità nasce dal latino popolare, in uso nel Medio Evo, theodiscus, che proviene da un theutiscus, nato a sua volta da una forma germanica thiodisk che propriamente significa popolare ed è costruita sul gotico thiuda, popolo. Era riferito inizialmente alla lingua parlata dal popolo nelle terre germaniche, per
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contrapporla al latino, lingua scritta dei letterati, dei dotti. Dalla lingua, l’aggettivo trasferì il suo significato al popolo stesso che la parlava: i thiodisk, cioè i tedeschi, appunto. Ma perché il sistema tedesco diventa, seppure giornalisticamente e scherzosamente, tedeschellum, con questa quasi affettiva alterazione diminutiva in -ellum? Qui dobbiamo risalire indietro nel tempo, a precedenti leggi elettorali.

Nel 1993 venne approvata, dopo gli esiti di un referendum, una riforma della legge elettorale proposta da Sergio Mattarella, attuale presidente della repubblica, allora deputato democristiano. Fu Giovanni Sartori, famoso politologo del tempo, a coniare per questa legge la denominazione di mattarellum, con una forzatura pseudo latineggiante volutamente ironica, e l’ironia era data dall’assonanza con un pomposo lessico giuridico. 
Il Mattarellum rimase in vigore fino alle elezioni del 2001; poi, nel 2005 fu sostituito da una nuova legge elettorale studiata dal leghista Roberto Calderoli. Il quale, a legge approvata, preso da un rigurgito di coscienza, non esitò a definirla “una porcata”. Di qui, dall’immancabile Sartori la denominazione di porcellum. A questo punto il gioco era fatto: qualsiasi nuova legge elettorale avrebbe avuto d’allora in poi una denominazione latineggiante. Sartori aveva lasciato la sua traccia nel nostro lessico. Quando la Corte Costituzionale, cioè la Consulta, bocciò in quanto incostituzionali alcuni aspetti importanti del Porcellum, il troncone di nuova legge elettorale che ne derivò diventò immediatamente consultellum. 
Nel 2015 fu approvata ancora un’altra legge elettorale che il principale promotore, Matteo Renzi, non esitò a denominare Italicum. Nel gennaio di quest’anno di nuovo la Consulta, bocciando come incostituzionale il ballottaggio previsto nell’Italicum, rese indispensabile lo studio ancora di un’altra legge. Ed eccoci al tedeschellum, sul quale sembra siano tutti d’accordo.
Che sia la volta buona?  

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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