Web Tax, tra dubbi e polemiche: evasione e sforzo per base comune

18 settembre 2017 ore 11:35, Luca Lippi
La webtax è stata al centro del dibattito nell’ultimo incontro a Tallin dell’Ecofin. È la tassa a carico dei giganti dell’economia digitale: Google, Amazon, Facebook, Apple e poi Airbnb, Booking.com e tanti altri. Su tutti i provvedimenti fiscali, la Ue deve raccogliere il consenso di tutti i Paese membri, per questo motivo è comprensibilmente probabile ipotizzare che non si raggiunga mai un accordo per il via libera alla misura. Stati come Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Cipro e Malta saranno agguerriti cercando ogni stratagemma per mettere il bastone tra le ruote del provvedimento.
OBIETTIVO EUROPEO
L'obiettivo europeo di tassare le multinazionali, molte delle quali sono aziende tecnologiche americane è al centro delle discussioni sui tavoli di Bruxelles, i colossi del Tech di fama mondiale si stanno espandendo in ogni continente dando vita ad una sorta di impero del digitale, i responsabili politici sono costantemente impegnati in una dura battaglia nel tentativo di raccogliere i frutti dell'enorme successo di questi giganti, vere e proprie "galline dalle uova d'oro". La struttura fiscale di questi colossi è spesso, e comprensibilmente, architettata in modo tale da incanalare i propri profitti attraverso complessi meccanismi di elusione fiscale, riuscendo quindi a pagare meno tasse a livello globali, attraverso trasferimenti alle Bermuda, dove non esiste l'imposta sulle società.
Web Tax, tra dubbi e polemiche: evasione e sforzo per base comune

L’ITALIA ALL’AVANGUARDIA SULLA QUESTIONE
L'Italia è stata la prima a tentare di imporre nuovi metodi di tassazione sulle società estere del web. Ricordiamo la "Google Tax". L'intento è quello di aumentare le entrate provenienti da aziende online che pubblicizzano in Italia e di chiedere loro di creare entità imponibili in Italia. La prima versione del disegno di legge, poi edulcorata, includeva nei processi fiscale beni venduti e acquistati on-line ma da allora è stata modificata per escludere tali beni e renderla più "digeribile" (in seguito a tali modifiche è stata ribattezzata "Spot Tax"). 

LE RICHIESTE DELLA FRANCIA
La Francia ha chiesto alla Commissione europea all'inizio del 2013 di elaborare parametri specifici per la tassazione di imprese tecnologiche degli Stati Uniti. Ma la natura della legge, nonostante la sua riscrittura e l'eliminazione della clausola principale presente nel testo originale del provvedimento, che tanto ha fatto discutere, ovvero l'obbligo da parte delle società che effettuano commercio elettronico (come Amazon), di aprire partita Iva italiana in modo da dover  fatturare nel nostro Paese i profitti derivanti dall'attività, è di fatto rimasta la stessa, dal momento che sancisce che gli spazi pubblicitari in rete, così come i link sponsorizzati, siano necessariamente comprati da soggetti titolari di partita Iva rilasciata da amministrazioni finanziaria italiana. Questo si traduce comprensibilmente in una forte penalizzazione del nostro mercato rispetto all'Europa. Per quanto legittima nel merito e sul piano della finalità, poiché tesa ad individuare le evasioni fiscali dei colossi del Web, tale emendamento finirebbe per colpire tutti indistintamente, e soprattutto le realtà più piccole della rete, come le start-up.

IL MONITO DEI MINISTRI DELLA FINANZE DALL’ECOFIN
Hanno scritto in una lettera comune i ministri dell’Economia di Italia (Padoan), Francia (Le Maire), Germania (Schaeuble) e Spagna (De Guindos): “Non possiamo più accettare che questi gruppi operino in Europa pagando un ammontare minimo di imposta. Sono in gioco l’efficienza dell’economia come l’equità fiscale e la sovranità”. 

I NUMERI
Secondo quanto riportato da Firstonline, in particolare in Italia, secondo un recente rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Google dichiara lo 0,3% dei ricavi complessivi e su questo viene tassata, mentre le transazioni digitali in Italia rappresentano il 2,4% del totale. Facebook dichiara lo 0,1% e il 2,8%. Poi la pubblicità online: nel 2016 Google ha fatturato 82 miliardi e Facebook 33 miliardi. Anche qui il grosso è stato tassato fuori Italia. Secondo la commissione Bilancio della Camera in tal modo vengono sottratti dalla base imponibile oltre 30 miliardi l’anno, che implica mancate entrate per 5-6 miliardi. Insomma i due colossi del web pagano pochi spiccioli rispetto al reale fatturato maturato nella rete. Basti pensare che le due società nel nostro paese detengono quasi il 50% di un mercato che vale 2,3 miliardi di euro in base ai dati dello scorso anno elaborati dall’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

LA ‘GOOGLE TAX’ E’ GIA’ VECCHIA?
La web tax all’italiana che vuole colpire le imprese digitali è stata studiata male, anche perché un singolo Paese senza un’azione omogenea a livello europeo rischia di fare un buco nell’acqua. Sempre secondo l’analisi di Firstonline, l’efficacia delle norme italiane è messa in discussione anche perché così facendo proprio “le imprese digitali potrebbero essere incentivate a rimanere ‘nell’ombra’ sfruttando i margini di elusione dei quali dispongono e cercando di differire la contrattazione dell’onere tributario”. In pratica la convenienza ad aderire alla procedura sarà “tanto maggiore per imprese per le quali un accertamento ordinario è più probabile e rischioso; la convenienza per le imprese, e per il Fisco, dipende anche dalla valenza del vincolo, previsto dalla norma, di 50 milioni di ricavi prodotti in Italia in uno dei tre anni precedenti”.

I DUBBI DI RENZI
L’ex Presidente del Consiglio, già all’epoca della Google Tax aveva espresso le sue perplessità, e ammoniva: "Rischiamo di dare l'immagine di un paese che rifiuta l'innovazione. Abbiamo seri dubbi circa l' emendamento in quanto è oggi, perché sembra andare contro le libertà fondamentali e dei principi di non discriminazione sancito dai trattati". In sostanza il discorso fa il ‘copia e incolla’ con quanto stabilisce la carta Europea in relazione alla introduzione di provvedimenti fiscali. Tanto è vero che sempre all’epoca dalla Ue le voci sul provvedimento italiano erano circa la legittimità della proposta di legge giudicandola contraria "alle libertà fondamentali e ai principi di non-discriminazione dei trattati".
In conclusione, la Web Tax è al centro delle polemiche, soprattutto deve fare da mediatore tra le ‘esigenze’ fiscali delle multinazionalie e l’esigenza di non perdere posti di lavoro che queste multinazionali portano nei Paesi dell’area Ue. La soluzione per salvare capra e cavoli è indubbiamente quella di un super ministro delle finanze europeo, sempre che anche questi non sia motivo di polemiche.

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autore / Luca Lippi
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