Rigore senza sacrifici: perché è una favola la ricetta economica di Macron

08 maggio 2017 ore 16:03, intelligo

Ridurre il rapporto deficit PIL ma aumentare la spesa per difesa e sicurezza, ridurre la spesa netta di 60 miliardi ma investirne 50 in lavori pubblici, tagliare 100mila posti di lavoro nel settore pubblico ma diminuire la disoccupazione di cinque punti percentuali. Il programma economico del nuovo presidente francese Emmanuel Macron sembra fare i conti con la Germania che invoca il rispetto dei parametri di Maastricht e con l’elettorato francese che non intende rinunciare al suo generoso stato sociale, ma non fa i conti con la realtà. Più che avventurose, le promesse elettorali di Macron sono del tutto irrealizzabili, un coacervo di misure assolutamente inconciliabili tra loro. Hollande fece lo stesso, e poi si limitò a dimenticare quelle che avrebbero permesso di risanare i conti. Ma il suo successore non avrà la stessa libertà.

Durante il quinquennio di Hollande la Francia è riuscita a evitare le conseguenze della crisi in puro stile keynesiano, sostenendo l’economia a colpi di spesa pubblica. È riuscita a farlo perché ha potuto emettere debito pubblico in grande quantità: a differenza dei titoli di Stato italiani, spagnoli e portoghesi quelli francesi hanno infatti un rendimento minimo, molto vicino a quello della ben più virtuosa Germania. Ma la situazione è sfuggita di mano: ormai il debito pubblico transalpino, che nel 2008 era al 68% del PIL, è vicinissimo al 100%, una soglia che rende improbabile il mantenimento di rendimenti tanto bassi. Ecco perché Macron sa di dover cominciare a contenere la spesa, ma per convincere gli elettori a votarlo ha accompagnato l’annuncio delle ormai note riforme “lacrime e sangue” a promesse di sussidi per i disoccupati, ulteriori sgravi fiscali per le famiglie e abbassamento del cuneo fiscale per le imprese.

Marine Le Pen avrebbe potuto chiedergli conto dell’incompatibilità di questi impegni, ma non ha saputo farlo perché in economia la candidata del Front National era debole: durante il dibattito finale col suo avversario non è stata in grado di proporre alcuna ricetta concreta se non l’introduzione di un improbabile regime a due monete – il franco per i traffici interni e l’euro per pagare i conti con l’estero – che non ha poi saputo spiegare come far funzionare. Così l’incoerenza della ricetta di Macron è passata in secondo piano. Ma le verità verranno presto al pettine: se la Francia non abbasserà il rapporto deficit/PIL sotto la soglia del 3% la Germania non accetterà neanche di discutere le proposte del neopresidente su budget europeo condiviso e un vero ministro delle Finanze per l’Eurozona. Macron dovrà riuscirci senza sacrificare il benessere dei cittadini francesi. Auguri.

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di Massimo Spread

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