Come invertire il morbo di Parkinson: una cura riprogramma le cellule

12 aprile 2017 ore 15:18, Americo Mascarucci
Buone notizie per la cura del morbo di Parkinson. Un gruppo di scienziati infatti avrebbe trovasto la maniera di riprogrammare alcune cellule cerebrali facendo far loro il lavoro dei neuroni distrutti dalla malattia. Gli studi, coordinati dall’istituto svedese Karolinska, vicino Stoccolma, sono ancora alle battute iniziali anche se dai primi test pare che i risultati siano molto soddisfacenti. Della scoperta ha dato conto la rivista specializzata Nature Biotechnology.
Secondo il team guidato da Ernest Arenas del Karolinska Institutet di Stoccolma, le cellule del cervello umano possono essere forzate ad ‘addossarsi’ il lavoro di quelle distrutte nel Parkinson. Lo dimostrerebbero i test condotti nei topi con sintomi simili al Parkinson che pare abbiano trovato riscontri dalla nuova terapia. 
Come invertire il morbo di Parkinson: una cura riprogramma le cellule

ORIGINE DEL PARKINSON
Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa, ad evoluzione lenta ma progressiva, che coinvolge, principalmente, alcune funzioni quali il controllo dei movimenti e dell'equilibrio. La malattia fa parte di un gruppo di patologie definite "Disordini del Movimento" e tra queste è la più frequente. I sintomi del Parkinson sono forse noti da migliaia di anni: una prima descrizione sarebbe stata trovata in uno scritto di medicina indiana che faceva riferimento ad un periodo intorno al 5.000 A.C. ed un'altra in un documento cinese risalente a 2.500 anni fa. Il nome è legato però a James Parkinson, un farmacista chirurgo londinese del XIX secolo, che per primo descrisse gran parte dei sintomi della malattia in un famoso libretto, il "Trattato sulla paralisi agitante". Di Parkinson, deceduto nel 1824, non esistono né ritratti né ovviamente fotografie.
La malattia è presente in tutto il mondo ed in tutti i gruppi etnici. Si riscontra in entrambi i sessi, con una lieve prevalenza, forse, in quello maschile. L'età media di esordio è intorno ai 58-60 anni, ma circa il 5 % dei pazienti può presentare un esordio giovanile tra i 21 ed i 40 anni. Prima dei 20 anni è estremamente rara. Sopra i 60 anni colpisce 1-2% della popolazione, mentre la percentuale sale al 3-5% quando l'età è superiore agli 85.

COSA COLPISCE
Le strutture coinvolte nella malattia di Parkinson si trovano in aree profonde del cervello, note come gangli della base (nuclei caudato, putamen e pallido), che partecipano alla corretta esecuzione dei movimenti (ma non solo). La malattia di Parkinson si manifesta quando la produzione di dopamina nel cervello cala consistentemente. I livelli ridotti di dopamina sono dovuti alla degenerazione di neuroni, in un'area chiamata Sostanza Nera (la perdita cellulare è di oltre il 60% all'esordio dei sintomi). Dal midollo al cervello cominciano a comparire anche accumuli di una proteina chiamata alfa-sinucleina. Forse è proprio questa proteina che diffonde la malattia in tutto il cervello. La durata della fase preclinica (periodo di tempo che intercorre tra l'inizio della degenerazione neuronale e l'esordio dei sintomi motori) non è nota, ma alcuni studi la datano intorno a 5 anni. Al momento ci sono dei farmaci utili per gestire quei sintomi invalidanti, ma non esiste una cura per combattere le cause del Parkinson alla radice. 

LA NUOVA SCOPERTA
Gli scienziati hanno creato cellule simili ai neuroni che producono dopamina, trattando alcune cellule cerebrali non neuronali con una specifica combinazione di molecole. I ricercatori devono ancora verificare se il trattamento è sicuro, e se le cellule ‘convertite’, che all’inizio erano astrociti, possono davvero funzionare come i neuroni che producono dopamina persi nel Parkinson.
Insomma non si può dare nulla per scontato e non è proprio il caso di accendere false speranze fra i malati. Ma la ricerca scientifica va avanti ed è sempre alla ricerca di nuove tecniche e metodologie che possano favorire nuove terapie con maggiori risultati. Il fatto che i primi test abbiano dato riscontri positivi, non vuol dire che la cura funzioni ma certamente che la medicina sta facendo passi in avanti.
Il dottor Patrick Lewis, esperto di neuroscienze presso l’Università di Reading, ha detto che un lavoro come questo potrebbe potenzialmente offrire una terapia che cambia le dinamiche del morbo di Parkinson. "Il passaggio da questo studio fatto sui topi agli esseri umani sarà una grande sfida" ha detto.
Il professore David Dexter del Regno Unito ha invece dichiarato: "L’ulteriore sviluppo di questa tecnica è ora altamente necessaria". E allora, avanti tutta!

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