Antibiotici-choc, ciclo intero divide esperti: i rischi dell'overtreatment

27 luglio 2017 ore 21:12, Eleonora Baldo

In queste ore parte del mondo della medicina avrebbe dato il via ad una rivoluzione che potrebbe essere destinata a sconvolgere totalmente le nostre più solide convinzioni sulla terapia maggiormente diffusa nelle nostre case, quella antibiotica.

I FATTI - Ad accendere il dibattito sarebbe stato il commento rilasciato da un gruppo di studiosi britannici sull’autorevole rivista di settore “British Medical Journal”, secondo i quali la tradizionale somministrazione di antibiotici a “ciclo completo” – 6/7 giorni – andrebbe sostituita da cicli della durata più ridotta per contenere i rischi connessi alla resistenza antibiotica dei batteri e al presentarsi di infezioni.

Secondo quanto affermato nel commento, infatti, negli anni la medicina avrebbe perso di vista i rischi connessi al cosiddetto “overtreatment” per minimizzare, invece, i rischi connessi allo “undertreatment”, ovvero ad una terapia troppo ridotta che potrebbe, a causa di una durata insufficiente, non risolvere l’infezione batterica determinando la ricaduta e il rafforzamento dei batteri stessi in termini di resistenza al farmaco. In base agli studi condotti dal pool di scienziati non vi sarebbe alcuna evidenza scientifica del fatto che un ciclo prolungato di terapia antibiotica possa garantire una maggiore efficacia in termini di guarigione mentre è più probabile che questa convinzione trovi il proprio fondamento nelle evidenze pratiche emerse durante le prime fasi di sperimentazione della penicillina, miracoloso farmaco curativo scoperto da Alexander Fleming, per questo insignito del premio Nobel per la medicina. A quei tempi, infatti, la produzione del farmaco era molto ridotta e la somministrazione in dosi adeguato dello stesso molto più difficoltosa. Da qui le frequenti ricadute dei malati e, conseguentemente, la convinzione che fosse più appropriato, per ovviare alla carenza quantitativa del farmaco, procedere ad una somministrazione prolungata nel tempo dello stesso.

Antibiotici-choc, ciclo intero divide esperti: i rischi dell'overtreatment

PUNTI DI VISTA - La posizione assunta dal manipolo di scienziati britannici porterebbe quindi a concludere che la somministrazione breve dei farmaci produca risultati migliori per la salute dei pazienti, riducendo il rischio di assuefazione al farmaco. Di certo c’è che alla luce degli studi condotti dovranno essere rivedute le linee guida fino a questo momento adottate in termini di terapia antibiotica, punto sul quale concorda anche il Dott. Antonio Clavenna, farmacologo dell’Istituto Mario Negri che però sottolinea come sia “vero che mancano studi che dimostrino un legame diretto tra insorgenza di antibiotico resistenza e cicli di trattamento troppo brevi” e esistano “ rischi di selezione collaterale proporzionali alla durata delle terapie. Ma raccomandare il fai da te nel campo degli antibiotici mi pare sbagliato: dovrebbe sempre e comunque essere un medico a stabilire se i farmaci hanno avuto effetto e quando è il momento di sospendere la terapia”.

IL PRECEDENTE - Non è la prima volta che il mondo della scienza e della medicina si ritrova a discutere sull’opportuno utilizzo degli antibiotici. Già lo scorso anno un pool di studiosi di Gran Bretagna, Usa e Cina dalle pagine della rivista “Science” aveva lanciato un appello mondiale affinché venisse posto un tetto giornaliero pro-capite l’anno, all’utilizzo del farmaco – pari a 8,54 dosi – per contrastare l’aumento dei superbatteri resistenti ai farmaci, richiedendo che la questione venisse dibattuta dai leader mondiali in uno dei prossimi consessi Onu e che parallelamente venisse lanciata una campagna di sensibilizzazione sul punto per evitare l’uso smodato di antibiotici legato all’insorgere delle influenze stagionali.


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