Una proteina che misura l'aggravarsi della Sla, basterà un prelievo

04 aprile 2017 ore 11:11, Americo Mascarucci
Nuova importante scoperta scientifica per le persone malate di Sla (sclerosi laterale amiotrofica). la svolta sarebbe in una proteina i cui livelli elevati corrisponderebbero ad una più rapida progressione della malattia. Sono i risultati di una ricerca del Centro clinico NeMo di Milano, condotta in collaborazione con la Città della Salute di Torino, il Centro Cresla dell'ospedale Molinette, il Centro regionale esperto per la Sla. Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica  Jama Neurology. I ricercatori hanno individuato che esiste una relazione fra alte concentrazioni di proteina C-reattiva, il processo infiammatorio in corso nell'organismo e l'aggressività della Sla nei diversi pazienti. Questa proteina potrà diventare, secondo gli esperti, un valido strumento per predire precocemente la prognosi della malattiache colpisce in Italia oltre seimila persone.

LA MALATTIA
La sclerosi laterale amiotrofica, o SLA, chiamata anche malattia di Lou Gehrig (dal nome di un giocatore di baseball, la cui malattia nel 1939 sollevò l'attenzione pubblica), o malattia di Charcot o malattia dei motoneuroni, è una malattia neurodegenerativa progressiva del motoneurone, che colpisce selettivamente i motoneuroni, sia centrali ("1º motoneurone", a livello della corteccia cerebrale), sia periferici ("2º motoneurone", a livello del tronco encefalico e del midollo spinale).
La SLA è caratterizzata da rigidità muscolare, contrazioni muscolare e graduale debolezza a causa della diminuzione delle dimensioni dei muscoli. Ciò si traduce in difficoltà di parola, della deglutizione e, infine, della respirazione. Nel 90%-95% dei casi la causa non è nota.
Circa il 5%-10% dei casi sono ereditati dai genitori e circa la metà di questi sono dovuti a uno di due geni specifici. La diagnosi si basa sull'osservazione di segni e sintomi presentati dal paziente e su alcuni esami diagnostici eseguiti per escludere altre possibili cause.
Non esiste una cura nota per la SLA. Un farmaco chiamato riluzolo può prolungare l'aspettativa di vita di circa due o tre mesi. La ventilazione artificiale può comportare sia una migliore qualità, sia una maggiore durata della vita. La malattia di solito inizia intorno all'età di 60 anni e, nei casi ereditati, circa una decina di anni prima. La sopravvivenza media dall'esordio al decesso può variare dai tre ai quattro anni.
Circa il 10% sopravvive più di 10 anni. La maggior parte muore per insufficienza respiratoria. In gran parte del mondo, i tassi epidemiologici di SLA sono sconosciuti.
In Europa e negli Stati Uniti, la malattia colpisce circa 2 persone ogni 100.000 individui all'anno.
Una proteina che misura l'aggravarsi della Sla, basterà un prelievo

LA SCOPERTA
 "Questa proteina - spiegano gli scienziati - è normalmente prodotta dal fegato e dal grasso corporeo. Nella fase più acuta di alcune patologie, nei processi infiammatori e dopo gli interventi chirurgici è prodotta in misura superiore al normale, raggiungendo così una maggiore concentrazione nel sangue".
L'aumento di questa sostanza nel sangue avviene solitamente quando l'organismo è sottoposto a forti stress. A supporto di questa ipotesi, gli scienziati hanno analizzato i dati della storia clinica di gruppi differenti di pazienti in fase iniziale e privi di evidenze di processi infiammatori in altri distretti, provenienti da Lombardia e Piemonte, e hanno osservato che ad alti livelli di proteina C-reattiva corrisponde un quadro clinico più grave secondo la Als Functional Rating Scale Revised, scala di misurazione usata a livello internazionale. 
È stato inoltre rilevato che la sopravvivenza alla malattia in questi pazienti era più breve. 
"La ricerca sulla Sla in questi anni si sta orientando all'individuazione di meccanismi regolatori del processo degenerativo della malattia - spiega Adriano Chiò, responsabile del Centro regionale esperto per la Sla dell'azienda ospedaliera universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino - La neuroinfiammazione sta emergendo come uno dei meccanismi di maggiore interesse perché suscettibile in futuro di interventi terapeutici mirati, adattati alle caratteristiche del singolo paziente. La nostra ricerca va appunto in questa direzione".
"Capire il ruolo dell'infiammazione nella progressione della malattia - ha detto Christian Lunetta, neurologo e primo autore dello studio - sarà fondamentale per i ricercatori che stanno lavorando a possibili terapie per il trattamento della Sla, perché proprio la modulazione dei suoi processi neuroinfiammatori potrà diventare una strategia terapeutica interessante da sviluppare. E' importante però ricordare - ha aggiunto - che si tratta ancora di una ricerca e non di una terapia disponibile nell'attività clinica quotidiana, passo per il quale potrebbero essere necessari alcuni anni".
Con un semplice prelievo di sangue si potrebbe quindi predire in anticipo l'aggravarsi della Sla di un paziente e addirittura stimare l'indice di sopravvivenza. 

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