Che fine ha fatto Igor il russo

10 maggio 2017 ore 10:09, intelligo
A voler fare un attimo d’ironia su una storia drammatica, davvero a fosche tinte, si potrebbe riportare il twitter di uno sconosciuto frequentatore della Rete che ha scritto: “Non si chiama Igor, non è russo e non nemmeno un ex militare dell’Armata Rossa… sperare di trovarlo con questi presupposti appare un po’ complicato”.
In realtà, da oltre un mese ormai, 200 uomini delle forze dell’ordine, di cui parecchi con notevoli specializzazioni, stanno battendo una circoscritta zona del nord est italiano alla ricerca di questo delinquente in fuga, un uomo pericoloso e letale, che sembra più sfuggente anche della Primula Rossa. 

Ma chi è in realtà questo Igor il russo, che Igor non si chiama e russo non è? Se finalmente le notizie sono esatte, si tratterebbe di Norbert Feher, alias Igor Vaclavic detto il russo, in realtà serbo, nato a Subotica, città al confine tra la Serbia e l’Ungheria, ma da molti anni ormai in Italia dove sarebbe arrivato non perché disertore dell’esercito serbo, ma per sfuggire a una volgarissima accusa di stupro che lo avrebbe immancabilmente portato nelle galere di Belgrado per molti e molti anni. Quindi ecco che il nostro decide di “emigrare” in un paese vicino decisamente di mano più leggera nei confronti dei delinquenti di tutto il mondo che sembra ormai ci vedano come una sorta di oasi in cui rilassarsi tra un reato e un altro.
Sia come sia, Norhert/Igor arriva qui da noi e si dà subito da fare come rapinatore mettendo a segno una serie di colpi nel Polesine fino al 2007 quando finalmente finisce in galera. Qui riceve il primo decreto di espulsione che, ovviamente, resta disatteso. Ne segue un secondo, datato 2011, indicato nella sentenza del tribunale di Ferrara che terrà Norhert dentro fino al maggio del 2015 quando, grazie a uno sconto di sei mesi sulla condanna stessa, il nostro viene rimesso in libertà. Trasferito al CIE di Bari, l’uomo in attesa dell’espulsione che di nuovo non arriva perché, come avviene regolarmente in tutti questi casi e con tutti che sanno che andrà a finire, non appena trasferito Norhert fa perdere le sue tracce e, presumibilmente, se ne torna nella sua “zona d’operazione”, cioè il nord-est della penisola. Al riguardo, qualcuno fa notare che forse non è servito nemmeno che Norhert si sia volontariamente allontanato dal CIE di Bari perché, come dice la legge, la permanenza nel CIE può essere protratta per un massimo di 30 giorni, dopo di che lo straniero va lasciato andare.  
Quindi, non sarebbe incredibile se si scoprisse che non fu Norhert a scomparire ma più semplicemente le nostre leggi a fare in modo che se ne potesse andare dove preferiva, malgrado i decreti d’espulsione e quant’altro. 

Il serbo ricompare nel luglio 2015, a Vigarno Mainarda nell’alto ferrarese, durante un matrimonio rom nella discoteca Kontiki: le sue immagini sono visibili nell’album delle nozze, mescolato tra gli altri ospiti, elegante, rilassato, immemore di quei decreti di espulsione che pendono sul suo capo e che sa bene nessuno sta cercando di eseguire. Trascorre del tempo, ed ecco Norhert tornare agli onori della cronaca nera. E’ il 26 luglio del 2015 quando Alessandro Colombani, 45 anni di Villanova di Denore, è  aggredito, picchiato e rapinato. A commettere il reato sono tre uomini, meglio identificati come Banda Pajdek, da Ivan Pajdek un croato che li guida. Un manipolo di banditi che sta terrorizzando un’ampia zona che ha Ferrara come epicentro, macchiandosi di aggressioni violentissime tutte a scopo di rapina. Pajdek, una volta catturato, confesserà che era proprio Norhert a scegliere gli obiettivi da colpire. Dice la vittima, Alessandro Colombani: “Ricordo il dolore e la paura, e il fatto che per diversi minuti, durante l’aggressione e il pestaggio, nessuno di loro abbia mai parlato. Non li ho mai visti in faccia, ma sentivo chiaramente di essere in balia di tre persone che mi hanno trascinato per il giardino, fino all’angolo estremo. Lì sono stato rapinato e per la prima volta uno di loro, che poi era Pajdek, mi ha parlato”.
La banda Pajdek continua a colpire mettendosi alle spalle una scia di orrori: un pensionato lasciato morire in un casolare abbandonato, una 93enne aggredita e picchiata in casa, rimasta legata nel letto dove il figlio la troverà solo due giorni dopo, l’aggressione a Cristina e Giulio Bertelli, figlia e padre, Giulio un invalido di 86 anni e lei la persona che lo assiste, anche loro picchiati e derubati, e non si sa quanti altri crimini del genere portati a segno, visto che ultimamente si stanno riconsiderando decine di rapine compatibili con il modus operandi di Pajdek e rimaste fino ad ora senza colpevoli identificati. Intanto però, tra un furto e una sevizia, Norhert vanta anche una vita sociale, frequenta bar, locali, pizzerie e ha perfino una sorta di fidanzata, una ballerina di night che va a trovare regolarmente.  Nessuno lo cerca, nessuno lo disturba.
Si arriva così fino al 2017 quando all’inizio di aprile, durante un tentativo di rapina, viene freddato con un colpo di pistola il barista di Budrio, Davide Fabbri. Dopo qualche giorno d’indagine, le attenzioni della procura di Ferrara si appuntano su un uomo, un quarantenne erroneamente identificato in Igor Vaclavic, ex soldato dell'esercito russo. Tra l’altro,  la pistola usata per l’omicidio Fabbri potrebbe essere quella rubata qualche giorno prima a una guardia giurata bloccata il 29 marzo da un uomo armato di doppietta che gli aveva intimato di sdraiarsi in terra e di consegnare l’arma, una Smith&Wesson. In effetti, anche se è sbagliata l’identificazione, l’obiettivo della procura è giusto, dietro questi crimini c’è il serbo Norbert Feher, alias Igor Vaclavic. Un assassino che non si ferma e che, a distanza di pochissimi giorni, torna a colpire. Il delinquente si imbatte in una pattuglia costituita dal 41enne Valerio Verri, guardia volontaria e da Marco Ravaglia, agente della polizia provinciale. I due vengono sorpresi da Norbert  che apre il fuoco, uccide Verri e ferisce Ravaglia. 
E’ da quel giorno che scatta un’imponente caccia all’uomo che si protrae ancora oggi, purtroppo senza esito. Di tanto in tanto, giungono segnalazioni più o meno attendibili di un uomo in fuga, o vengono individuati giacigli d’emergenza in mezzo alle campagne, che potrebbero essere stati usati da Norhert. Ma il serbo sembra sfuggire regolarmente da una rete che si fa sempre più fitta, tanto che qualcuno ha ipotizzato che non si trovi già più nella zona, ma che sia riparato all’estero.  Dalla procura non arrivano particolari notizie, se non che si sta facendo il massimo dello sforzo per assicurare questo assassino alla giustizia, ma si lascia intendere che Norhert sia da considerarsi ancora nella zona. Intanto, la popolazione ha paura, vive asserragliata in casa e chi può evita di uscire dopo il tramonto. Una situazione ai limiti del surreale, che si sarebbe potuta risolvere anzi, meglio, che si sarebbe potuta prevenire se solo si fosse eseguito almeno uno dei decreti di espulsione che pendono sul capo del serbo da ormai oltre 7 anni. 
Storie italiane…

di Anna Paratore

#igorilrusso #chefinehafatto #Budrio
autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...