Aveva denunciato 12 volte il marito, fu uccisa. 'Colpa grave' di due pm

13 giugno 2017 ore 17:05, Luca Lippi
La Corte d'appello di Messina ha condannato i magistrati che (a detta del dispositivo della Corte) non valutarono adeguatamente la pericolosità di un marito denunciato dodici volte dalla moglie, poi uccisa dall’uomo. La storia è quella di Marianna Manduca (la vittima) e di Saverio Nolfo, ora in carcere dove sconta 20 anni per omicidio. Il fatto è stato compiuto 10 anni fa. La Corte avrebbe stabilito che ci fu dolo e colpa grave nell'inerzia dei pm che, dopo i primi segnali di violenza da parte del marito, non trovarono il modo di fermarlo, nonostante le reiterate denunce della donna.
Aveva denunciato 12 volte il marito, fu uccisa. 'Colpa grave' di due pm
 La Cassazione dopo 7 anni dall’omicidio aprì la strada affinché i tre figli minori di Marianna, sulla base della legge del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati, possano avere dallo Stato un risarcimento per la “negligenza inescusabile” dei pm che avrebbero dovuto occuparsi di quelle denunce, come chiesto dal legale dei tre adolescenti, l’ex pm antimafia Aurelio Galasso.
La Suprema Corte aveva infatti accolto il ricorso con il quale lo zio nominato tutore dei tre bambini si era determinato a far valere il diritto dei piccoli orfani che vivevano e vivono con lui e la sua famiglia che li ha accolti nelle Marche, a chiedere giustizia. All’epoca la Corte di Appello di Messina più volte aveva respinto la richiesta sostenendo che erano scaduti i termini e che l’azione andava esercitata entro i due anni dalla morte di Marianna, uccisa a 32 anni con dodici coltellate a Palagonia (Catania) il tre ottobre del 2007. 

Con il ricorso in Cassazione lo zio dei figli superstiti ha fatto in modo ti tenere viva la questione sottraendola alle prescrizioni. Per la Cassazione le argomentazioni dei magistrati messinesi “non hanno giuridico fondamento” e, anzi, si pongono “in contrasto frontale” con la Costituzione che assicura tutela anche ai soggetti minori per quanto riguarda “l’accesso alla giustizia”. Questo perché - spiegano i supremi giudici - il termine biennale, in un caso del genere, non può ovviamente decorrere dal giorno della morte della donna ma “dal momento in cui i minori stessi avessero acquistato la capacità di agire”, ovvero dal giorno in cui un adulto veniva ufficialmente nominato loro tutore.
Pertanto, il ricorso depositato nell’aprile del 2011, non era affetto da “decadenza” e l’azione risarcitoria è “legittimamente” esercitabile, spiegava la Cassazione. 
Ripresa la questione dalla Corte di Appello dopo l’ordinanza della Cassazione, si è avviato il processo che doveva considerare valida la domanda risarcitoria avanzata nei confronti della Presidenza del Consiglio dei ministri a nome dei tre figli di Marianna. 
Numerose aggressioni alla ex moglie erano tutte avvenute in pubblico. Ciò nonostante nessuno condusse indagini, e nemmeno prese provvedimenti a tutela della donna in pericolo nonostante le sue richieste di aiuto. L’aggressione fatale avvenne alla vigilia della sentenza che doveva affidare i tre maschietti alla mamma dopo la separazione da Saverio Nolfo. L’omicida accoltellò non solo la donna, ma colpì gravemente anche Salvatore Manduca (59 anni), il padre di Marianna, l’unico uomo che l’ha difesa. Oggi si è conclusa quella terribile storia fatta di violenze e di superficiale attenzione per la vittima.

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