Omicidio Loris, le motivazioni: "dolo d'impeto'', per Veronica ''sindrome di Medea''

14 febbraio 2017 ore 20:35, intelligo
Sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui il Gup di Ragusa Andrea Reale il 17 Ottobre 2016 ha condannato a 30 anni di carcere Veronica Panarello per l'omicidio del figlio Loris Stival. Si tratta di 190 pagine, ventinove capitoli che ripercorrono tutta la storia del processo, dall'inizio passando per le indagini e le perizie e che sui media online vengono riportate a larghi tratti. Scrive il giudice di "un dolo d'impeto, nato dal rifiuto del bambino di andare a scuola quella mattina e dal diverbio nato con la madre, il contenuto è conosciuto soltanto all'imputata"; secondo il giudice, si legge sui media, l'omicidio sarebbe stato "dettato da un impulso incontrollabile, da uno stato passionale momentaneo della donna". Dinamica, modalità e tempi dell'omicidio, si legge, ''appaiono dirimenti ai fini di escludere la circostanza della premeditazione''. ''La condotta processuale della donna'' scrive ancora il giudice e riportano i media online, ''è stata deplorevole, reiteratamente menzognera, manipolatrice. Va assolutamente confermata e fatta propria in questa sede la definizione laconica del giudice del riesame nella persona dell'imputata: 'Lucidissima assassina'".

Omicidio Loris, le motivazioni: 'dolo d'impeto'', per Veronica ''sindrome di Medea''
Il giudice cita poi "il figlicido per vendetta", quello che "successivamente è stato ribattezzato come 'sindrome di Medea'", ultimamente indicato dagli esperti come "figlicido motivato da rivalsa" che, scrive il giudice, "colpisce il suocero, oltre che il marito e il figlio, in una spirale di cieca distruzione della idea di famiglia e dei valori che essa stessa incarna". Relativamente al tentato coinvolgimento del suocero da parte della donna, il giudice scrive che ''non è provata la relazione fra i due'' che resta ''una dichiarazione dell'imputata senza indizi a confronto''. Relativamente poi al presunto incontro con il suocero prima del delitto, per il giudice è ''inverosimile e smentito dai tempi di percorrenza; inoltre Stival, si legge sui media, ha un ''credibile e forte alibi'' confermato da testimoni e dalla localizzazione di un cellulare. Il quotidiano La Stampa riporta le prime parole dell'avvocato difensore di Veronica Panarello, Franco Villardita: ''Da una prima sommaria lettura questa sentenza sembra coprire i vuoti logici con slittamenti semantici. Mi sorprendono il dolo d'impeto, l'assenza di movente, il contrasto con i Pm sulla formalizzazione del reato, la dinamica''.

S.U.

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