Suicidio Marco Prato, Crepet: "Incredibile che sia riuscito a togliersi la vita in carcere"

21 giugno 2017 ore 13:39, intelligo
Il suicidio di Marco Prato in carcere riaccende drammaticamente i riflettori sul caso di Luca Varani, il giovane ucciso a martellate e coltellate il 4 marzo 2016 a Roma, in una casa nel quartiere Collatino, dal reo confesso Manuel Foffo assieme – secondo la ricostruzione dei pubblici ministeri – a Prato. “Ora è rimasto solo mio figlio. Il rischio? Che rimanga l'unico capro espiatorio di questo dramma che non conosce fine”, ha reagito Valter Foffo, papà di Manuel, condannato con rito abbreviato a 30 anni (mentre Prato era in attesa di giudizio). Interpellato da IntelligoNews, lo psicologo Paolo Crepet
Suicidio Marco Prato, Crepet: 'Incredibile che sia riuscito a togliersi la vita in carcere'
consiglia “cautela” al papà di Foffo. Quanto al suicidio di Prato nel carcere di Velletri, Crepet lo giudica “incredibile”, visto che il giovane rinviato a giudizio era alla vigilia del processo, dunque nel periodo “in assoluto più a rischio di suicidio”.


Che cosa pensa della reazione del padre di Foffo alla notizia del suicidio di Prato? 

Francamente non capisco il suo atteggiamento. Il figlio è stato riconosciuto colpevole di un delitto terribile, da quanto sappiamo, visto che è stato condannato a 30 anni con rito abbreviato. Consiglierei personalmente al padre un silenzio su chi non c’è più, innanzitutto la vittima, e su chi non c’è più tra i supposti colpevoli, visto che non era stato ancora giudicato, Rimane una persona che ha scelto il rito abbreviato ed è stato condannato a 30 anni invece che all’ergastolo: “capro espiatorio” è un’espressione molto forte e difficile da associare a chi è stato ritenuto colpevole non di una scazzottata ma di un delitto terrificante con torture. Consiglierei un po’ di cautela: sarebbe il caso di rimanere nel proprio dolore e nel proprio silenzio.

Nei commenti giornalistici e in quelli che circolano sui social media è comune il domandarsi, dopo il suicidio di Prato: “Chi siamo noi per giudicare?”. Che impressione le fa?

Rilevo che la persona che si è uccisa in carcere era inquisita. Se non è voluto andare davanti a un magistrato per essere giudicato, ha preso una decisione evidentemente premeditata, non penso che sia stata una scelta pensata e compiuta nel giro di un’ora. Non giudico nessuno, ma l’invito della Rete a non giudicare mi pare un’amara barzelletta, visto che i dibattiti online sono caratterizzati da giudizi anche molto avventati. Di fronte a una morte c’è solo il silenzio, il resto è molto inutile e molto superfluo.

In base alla sua esperienza, quale significato può essere attribuito al suicidio di Prato?

È un gesto abbastanza evidente. Rimane l’interrogativo su che cosa Prato avesse voluto dire esclamando che le ricostruzioni del suo coinvolgimento nell’omicidio erano “tutte balle”. Avrebbe fatto meglio a dire in che cosa consistessero, ora non siamo più in grado di chiederlo, né credo che gli avvocati della difesa possono aiutarci. È doveroso comunque aggiungere una nota sullo stato delle carceri italiane, tema di cui mi sono occupato diversi anni fa. Evidente, lo stato delle carceri è del tutto insufficiente. Il carcere di Velletri è particolarmente sovraffollato e afflitto da carenza di personale, ma al di là del caso specifico è abbastanza incredibile che una persona riesca a togliersi la vita in carcere: non deve succedere. Soprattutto perché chi ha lavorato nel settore sa che il periodo in assoluto più a rischio è l'attesa del confronto con i giudici. Tutte le ricerche dicono che il rischio iniziale è enorme. Dopo una condanna più o meno definitiva, il rischio suicidario diminuisce, anche se come sappiamo non scende mai a zero: a maggior ragione, nel caso di Prato, bisognava controllare. Sarà oggetto di un’indagine della magistratura e del ministero della Giustizia.

#Varani #Prato #Foffo #Crepet

autore / intelligo
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