Scandalo sangue infetto, arriva l'ennesimo maxi risarcimento

25 marzo 2017 ore 12:38, Micaela Del Monte
Era morto a causa di una trasfusione di sangue infetto, ora la sua famiglia riceverà un indennizzo da parte del Governo di 960mila euro. Lo ha deciso il giudice monocratico del tribunale di Cagliari, Doriana Meloni. L'errore avvenne durante un'operazione per un bypass al cuore. "Il suo calvario è durato 8 anni – racconta la signora Italia, moglie di Salvatore – Dopo l’intervento, a causa delle trasfusioni, ha contratto l’epatite C, che si è trasformata prima in cirrosi, poi in tumore. Un calvario durato anni, fino alla sua morte, nel 2003. Nonostante ciò Salvatore non ha mai smesso di godersi la vita, fino alla fine". Anche grazie al suo datore di lavoro, l’Enel, che dopo aver saputo della malattia lo aveva trasferito in un ufficio, dopo una vita trascorsa a fare l’elettricista.

Scandalo sangue infetto, arriva l'ennesimo maxi risarcimento
"Mio marito non voleva morire. Era pieno di vita, amava pescare e stare con i suoi figli"
, ha dichiarato Italia Cadone, moglie di Furesi. "È morto a causa di un tumore al fegato, per colpa dello Stato che gli ha trasfuso sangue infetto. Per questo aveva deciso di denunciare il ministero della Salute. Voleva giustizia. Oggi sarebbe felice di sapere che lo Stato è stato condannato, questo lo ripagherebbe di anni di sofferenze", ha aggiunto la signora. 

La tragedia di Salvatore comincia nel 1988 quando viene ricoverato all’ospedale civile di Sassari per un intervento di bypass al cuore. Dopo l’operazione gli viene trasfuso sangue infetto. Inizia il suo calvario. Salvatore è sempre più debole, le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Prima contrae l’epatite C, poi la cirrosi, fino a quando i medici gli dicono quello che non avrebbe mai voluto sentire: "Purtroppo lei ha un tumore al fegato".

LO SCANDALO
Lo scandalo del cosiddetto sangue infetto scoppia in Italia tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, quando si scopre che alcune aziende farmaceutiche hanno commercializzato nel nostro paese flaconi di emoderivati contaminati. Era, in pratica, sangue ottenuto volontariamente da soggetti a rischio (detenuti, tossicodipendenti) molto più economico per le cause farmaceutiche che riuscivano poi a piazzare i prodotti infetti sul mercato dopo aver fatto pressioni su politici e funzionari pubblici. Decine di migliaia di persone sono state contaminate negli anni da virus mortali come l’Aids o l’epatite B e C. 

Nel frattempo è ancora in corso a Napoli l’unico processo penale scaturito dallo scandalo del sangue infetto: dopo vent’anni d’indagini è cominciato solo nel novembre del 2015. Alla sbarra c’è Duilio Poggiolini, l’ex direttore del servizio farmaceutico del ministero della Salute.

ALTRI CASI
Quello di Salvatore Furesi non è stato quindi il primo caso, così come ci sono stati anche altri risarcimenti. Nel 1970 una donna di Latina, che all'epoca era una giovane ragazza di 25 anni, vennero trasfuse alcune sacche di sangue, accertate come infette durante il processo iniziato nel 2012. 46 anni dopo le venne riconosciuto il risarcimento da parte del Tribunale di Roma da parte del Ministero della Salute per mancata vigilanza e controlli delle trasfusioni di sangue somministrate nel 1970 presso l'ospedale Santa Maria Goretti. La donna, anche in quel caso, contrasse l'Epatite C

Non solo però il Tribunale di Caltanissetta ha riconosciuto il danno biologico ad un uomo che alla fine degli anni ’70 aveva subito alcune trasfusioni di sangue in un ospedale della provincia di Enna: secondo i giudici è a causa di quelle trasfusioni se il paziente ha contratto la patologia epatica. Per questo motivo, alla fine di un processo cominciato nel 2013, la corte ha condannato il ministero della Salute ad un risarcimento di 580mila euro.
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