Pensioni, nuovo anno: chi rientra negli aumenti da gennaio 2017

27 dicembre 2016 ore 20:53, Luca Lippi
Aumenteranno le pensioni dal 2017. E fin qui tutto bene, questo sarà l’argomento delle dispute a valere dei talk schow di politica che riprenderanno la normale programmazione dopo la pausa natalizia. Tutto questo in realtà accade solamente per alcune pensioni e per effetto di due novità inserite nel pacchetto riforma pensioni 2017, uno è l’allargamento della  “No tax area”, cioè la fascia di reddito in cui le detrazioni azzerano l’Irpef e dunque le tasse non sono dovute, l’altro è l’estensione della quattordicesima a una platea più ampia di pensionati, oltreché di un aumento per chi già la riceveva.
I benefici non sono per tutti, soprattutto non saranno di uguale entità. Qualche spicciolo in più entrerà nelle tasche di chi ha un reddito annuo lordo fino a circa 50.000 euro. 
Quindi gli assegni aumenteranno, è vero, ma nella maggior parte dei casi di una manciata di spiccioli: una decina di euro al mese. Avvertirà di più il beneficio chi fino ad oggi non riceveva la quattordicesima e ha un reddito lordo annuo tra 11.000 e 13.000 euro: chi rientra in questa fascia si metterà in tasca circa 500 euro in più rispetto al 2016, ma grazie soprattutto alla quattordicesima che arriva in soluzione unica. 
Poi però la matematica non è un’opinione, e la realtà è che l’aggiornamento e l’allineamento agli indici Istat aggiornati potrebbe causare un lieve taglio delle provvidenze percepite fino ad ora, e l’altra questione (sempre relativa alle rivalutazioni) è quella del termine ultimo per recuperare le somme bloccate dalla legge Fornero che aveva bloccato la perequazione poi dichiarata illegittima dalla consulta.
Andiamo con ordine e vediamo subito chi rischia un taglio della pensione nel 2017 con l’aggiornamento degli indici di rivalutazione.
Ogni anno un decreto ministeriale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale aggiorna gli indici di rivalutazione delle pensioni per l’anno corrente e per quello successivo: questi sono modulati in funzione dell’inflazione in atto e di quella che si stima per l’anno dopo.
Di conseguenza, i trattamenti pensionistici sono erogati sulla base dell’indice di inflazione stimato per l’anno in corso, ed è previsto che, eventualmente, si procederà ad un conguaglio qualora il tasso di inflazione reale non coincida con quello atteso.
Partendo dal presupposto che raramente si manifestano deflazioni, il massimo risultato a cui i pensionati possono ambire è che dal confronto tra i dati programmati e quelli reali risulti una netta parità, in modo che l’ammontare della rivalutazione sia pari a 0.
In base al provvedimento pubblicato il 23 novembre scorso sulla Gazzetta Ufficiale, non sarebbe dovuta alcuna rivalutazione delle pensioni né per il biennio 2014-2015 né per quello 2016-2017.
Tuttavia, le pensioni del 2017 dovrebbero subire un taglio dello 0,1% che risale a qualche anno addietro: i pensionati nel 2015 hanno ricevuto pensioni calcolate secondo un tasso di inflazione stimato allo 0,3%. L’inflazione reale, però, si è aggirata solo attorno allo 0,2%, motivo per cui gli stessi dovrebbero restituire la differenza indebitamente ricevuta. 
Era stata la Legge di Stabilità 2016 a prorogare la restituzione al 2017, in quanto il Governo era sicuro del fatto che lo stesso 0,1% si sarebbe ammortizzato attraverso l’inflazione reale del 2016, paventata come superiore rispetto a quella programmata. Ebbene così non è stato.
Prontamente, la riforma delle pensioni, inaugurata con la nuova Legge di Stabilità 2017, ha posto rimedio anche a questo inconveniente: infatti, di qui in avanti, per fronteggiare eventuali decurtazioni sulle pensioni a causa dei cicli economici, si applicherà artificialmente un coefficiente pari a 1, procedendo successivamente al recupero della somma, non appena l’indice sarà positivo.
Da questa restituzione, è stato escluso il biennio 2014-2015, e fatte salve, così, le pensioni per il 2017.

Pensioni, nuovo anno: chi rientra negli aumenti da gennaio 2017

Qualcuno potrebbe recuperare veramente qualche spiccio ma deve muoversi!
Inoltre, è prossima la scadenza per richiedere all'Inps il rimborso delle quote di rivalutazione della pensione, sospesa a seguito della riforma pensionistica del 2011 voluta dall'allora ministro del Lavoro Fornero.
Che significa? Presto detto, il Governo Monti, con decreto legge n. 201 del dicembre 2011, convertito con legge n. 214 del 2011, in ragione della “contingente situazione finanziaria”, aveva sospeso per due anni la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici di importo superiore a tre volte il trattamento minimo (circa mille euro netti). 
La Corte costituzionale, con sentenza n. 70 del 2015, ha dichiarato illegittima tale norma non solo per violazione dei parametri costituzionali già richiamati, ma anche per aver essa travalicato i limiti di ragionevolezza e proporzionalità; al contempo, ha lanciato un pressante invito al legislatore a regolare l'istituto in maniera coerente con il quadro costituzionale. 
Il Governo, sul quale cadeva la responsabilità politica della norma, ha emanato un decreto legge, il n. 65 del 2015, con il quale ha (solo parzialmente) raccolto l'indicazione del Giudice delle leggi, consentendo, con effetto anche per gli anni 2012 e 2013, una ridotta rivalutazione (con percentuali "a scalare" in ragione della misura dell'importo, ma comunque nettamente meno favorevoli rispetto alla disciplina previgente) e comunque escludendola per le pensioni superiori a sei volte il trattamento minimo.
Per il 2014 e il 2015 è previsto un diverso meccanismo, con misure di rivalutazione ancor più ridotte; dal 2016 si applica poi un ulteriore meccanismo, sempre meno conveniente a quanto disposto prima del 2011. Ora, alla ricostituzione dei trattamenti pensionistici sulla base del decreto n. 65 l'Inps provvede d'ufficio, e a decorrere dall'agosto 2015 corrisponde le somme arretrate. Gli importi restituiti possono valere anche per il ricalcolo dell'importo pensionistico, ossia per la ricostituzione della pensione sulla base delle somme dovute dall'Istituto. 
Tuttavia, il pagamento delle spettanze agli aventi titolo sarà effettuato a domanda della parte interessata, nei limiti della prescrizione, che in tale materia è quinquennale e decorre dall'entrata in vigore della riforma Fornero delle pensioni, ossia il 27 dicembre 2011, data di pubblicazione in gazzetta ufficiale della legge di conversione n. 214 del 2011. 
Va da sé che il rimborso sarà comunque corrisposto entro i limiti ridotti posti dal decreto legge n. 65 del 2015. È pertanto necessario che chi sia intenzionato a richiedere tali somme e magari calcolate con i meccanismi precedenti alla riforma Fornero, diffidi l'istituto previdenziale a mezzo raccomandata entro il prossimo 27 dicembre; qualora l'Inps non risponda alla richiesta (e comunque decorsi centoventi giorni dalla presentazione di essa, termine scaduto il quale si forma il cosiddetto silenzio rigetto) sarà necessario adire le sedi giudiziali per la restituzione delle somme e la ricostituzione della prestazione pensionistica. 


autore / Luca Lippi
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