Pensioni, il Consiglio di Stato contesta l'Ape sociale e la Cgil insorge

09 maggio 2017 ore 16:14, Luca Lippi
Il discorso sulla riforma delle pensioni è stato ripreso dalla leader della Cgil Susanna Camusso ma prima della sindacalista è intervenuto il Consiglio di Stato che ha frenato gli entusiasmi di quanti credevano pronta almeno la piattaforma dell'Ape sociale.  L’Ape sociale, misura per le pensioni anticipate a carico dello Stato (che stenta a decollare) è stata oggetto di attenzione da parte del consiglio di Stato. Il parere del Consiglio di Stato sullo schema di regolamento in materia di Ape sociale e di accesso al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci, ha sottolineato alcune criticità nel testo. In particolare, il Consiglio si è soffermato nell’analisi degli articoli, evidenziando punto per punto, le modifiche che andrebbero apportate.
Il Consiglio di Stato ha riscontrato qualche punto da approfondire nell’articolo 2 dello schema di regolamento dell’Ape sociale, riguardante le categorie dei soggetti beneficiari, con riferimento a coloro che non hanno diritto di conseguire alcuna prestazione di disoccupazione per mancanza dei necessari requisiti ed agli operai agricoli, purché si trovino da almeno tre mesi in condizione di non occupazione.
Sotto questo profilo”, afferma il Consiglio di Stato, ”pur condividendo, anche sul piano dell’opportunità, le ragioni esplicitate nella relazione illustrativa a sostegno di tale ampliamento, sottolinea, tuttavia, la necessità di intervenire sulla fonte primaria, introducendo una norma ad hoc che chiarisca l’inclusione anche di coloro che non hanno diritto di conseguire alcuna prestazione di disoccupazione e degli operai agricoli”.
Pensioni, il Consiglio di Stato contesta l'Ape sociale e la Cgil insorge
In assenza di questa copertura legislativa”, si precisa, “la disciplina dettata dallo schema di regolamento risulta difforme rispetto all’attuale versione dell’art 1, comma 179, lettera a), della legge n. 232 del 201 e, dunque, illegittima (anche per le ulteriori ragioni di cui infra). Ciò vale soprattutto per gli operai agricoli, che comunque hanno diritto alla prestazione per la disoccupazione (sebbene differita) e che, pertanto, ai sensi dell’attuale formulazione della norma primaria, avrebbero diritto all’Ape sociale solo dopo tre mesi dalla cessazione del relativo trattamento”.
Il Consiglio di Stato, evidenzia, inoltre che “trattandosi di prestazioni da erogare entro un tetto di spesa prestabilito, l’estensione per via regolamentare del numero degli aventi diritto, si traduce in una corrispondente incisione negativa, preclusa al regolamento, del diritto soggettivo di cui sono titolari i soggetti appartenenti alle categorie previste dalla legge”.
Il parere della Flai-Cgil, Federazione lavoratori agroindustria, in una nota su quanto riportato dal Consiglio del Stato, fa sapere: “Il parere reso dal Consiglio di Stato sullo schema di decreto del Presidente del Consiglio, in merito all’accesso all’Ape sociale per gli operai agricoli evidenzia un grave vuoto legislativo che va a danneggiare le lavoratrici ed i lavoratori del settore agricolo. È stato importante avere ricompreso i lavoratori agricoli fra i beneficiari dell’Ape sociale, che permette un’uscita anticipata dal lavoro. Ora con preoccupazione recepiamo il parere del CdS. Infatti, questa assenza di copertura legislativa farebbe sì che il beneficio non possa essere applicato agli operai agricoli”.
Va ricordato, infatti, dichiara Sara Palazzoli, segretaria nazionale Flai Cgil “che gli operai agricoli a tempo indeterminato non hanno diritto né alla disoccupazione né alla Naspi, venendo così meno i requisiti richiesti dalla Legge di Stabilità per avere diritto all’uscita anticipata. In questo modo ci troviamo difronte all’ennesima beffa per i lavoratori agricoli rispetto ad un sistema pensionistico che penalizza il lavoro stagionale e discontinuo. Chiediamo al Governo di intervenire per coprire questo vuoto legislativo in tempi rapidi visto che l’Ape Sociale è stata introdotta in via sperimentale dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018”.
Sulla riforma delle pensioni il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso, chiudendo la manifestazione del sindacato che si è tenuta domenica a Roma a sostegno della proposta di legge “Carta dei Diritti Universali del Lavoro”, con un discorso a tutto tondo sui temi del lavoro e delle pensioni, fa il punto. Per Susanna Camusso la legge Fornero sarebbe dovuta essere stata cancellata da tempo. “Bisogna ripartire”, ha affermato, “perchè ci pare che il Governo, dopo tanti annunci non solo non riesca a fare i decreti delle cose che ha già convenuto, ma non abbia idee per il futuro”.
Il leder della Cgil  ha sottolineato l’aspetto che lega il lavoro al mondo della previdenza, ricordando il ruolo che hanno i pensionati nella società attuale: “I pensionati si ritrovano ora, dopo una vita di lavoro, nelle condizioni di non riposarsi, ma il perno della sopravvivenza della loro famiglia e dei loro nipoti”.
Ci sono due grandi temi sulla legge delle pensioni a cui noi non rinunciamo”, ha aggiunto, “bisogna avere una pensione per i giovani: una pensione di garanzia”. “Se i giovani non avranno una prospettiva previdenziale, anche chi è al lavoro oggi non avrà una pensione, perchè salta il sistema”, ha osservato.
Un alto punto da mettere in rilievo è quello della qualità del lavoro che è la stessa per tutti i lavoratori. “Tanta parte del lavoro che c’è oggi è un lavoro che si fa a fatica, che usura, che è difficile per le persone”. “Quelle persone non possono aspettare l’infinita aspettativa di vita e devono avere il diritto e la possibilità di andare in pensione”, ha concluso.
Le misure per le pensioni anticipate contenute nella legge di bilancio 2017 riguardano anche il comparto scuola, ma non sembra che l’Ape apporterà grandi cambiamenti. Secondo quanto riportato dall’Anief, che cita Italia Oggi, i potenziali fruitori dell’Ape sociale sarebbero appena 4mila, tra docenti e Ata, a fronte di 37.500 potenziali interessati.
Il calcolo è stato effettuato considerando il personale docente o Ata con una riduzione della capacità lavorativa, accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile, superiore o uguale al 74%, quello che assista almeno da sei mesi il coniuge o un parente di primo grado in grave situazione di disabilità, purché possano far valere almeno 30 anni di contributi.

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autore / Luca Lippi
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