Spotify si difende dalle accuse di 'falsi artisti': chi bara nello streaming

11 luglio 2017 ore 15:45, Luca Lippi
Secondo quanto dichiarato da Music Business Worldwide e rilanciata da Vulture, il servizio di musica in streaming Spotify avrebbe inserito nella propria playlist brani musicali di 'artisti falsi'. Secondo i magazine, ci sarebbero almeno 50 artisti “non reali”, praticamente inesistenti, che però hanno raccolto milioni di flussi streaming su Spotify, comparendo in alcune playlist basate sull’umore come quelle intitolate Sleep o Ambient Chill. Molti di loro non hanno un profilo visibile e non risulterebbero esistere altrove, nemmeno su piattaforme rivali o sui social network. Un esempio presentato da Vulture è quello di Relajar, artista che ha raccolto 13,4 milioni di ascolti su Spotify, ma non appare nemmeno nei risultati dei motori di ricerca. O Enno Aare, altro artista sconosciuto che sembra non esistere al di fuori del servizio di streaming, su cui però compare con quattro canzoni con un totale di 17 milioni di ascolti ed è incluso in molte playlist.
Spotify si difende dalle accuse di 'falsi artisti': chi bara nello streaming
Spotify è un servizio musicale che offre lo streaming on demand di una selezione di brani di varie case discografiche ed etichette indipendenti, incluse Sony, EMI, Warner Music Group e Universal. Lanciato nell'ottobre 2008 dalla startup svedese Spotify AB, il servizio ha oltre 75 milioni di utenti al 10 giugno 2015. Il 14 settembre 2016 vengono raggiunti i 40 milioni di utenti paganti, acquisendo in soli sei mesi 10 milioni di abbonati.

La risposta alle accuse - Il colosso dello streaming musicale ha respinto ogni genere di insinuazione negando tutte le accuse in un comunicato pubblicato su Billboard: “Non abbiamo mai creato artisti fittizi per poi metterli sulle playlist. Tutto questo è categoricamente falso. Stop. Noi paghiamo le royalties per tutte le tracce presenti su Spotify e per tutto quello che inseriamo in playlist. Non possediamo diritti su quei brani, non siamo un’etichetta, tutta la nostra musica ci arriva in licenza da chi possiede i diritti e noi li paghiamo per questo. Non paghiamo noi stessi. Quei contenuti non li possediamo, paghiamo le royalties e otteniamo le licenze proprio come per ogni altri brano”.

La contro replica di Music Business Worldwide - Spotify potrebbe aver commissionato canzoni pubblicate sotto falsi nomi a tariffe molto più favorevoli per l’azienda dal punto di vista delle royalties rispetto ai costi standard affrontati con le etichette discografiche, con una riduzione significativa di costi per ciascun brano. “Ci è stato detto che terze parti sono coinvolte e che anche alcune persone dietro questi falsi artisti sono d’accordo a percepire quel folle piccolo introito, che ovviamente è un beneficio finanziario per Spotify. Le etichette lo odiano”. Un’altra fonte citata dal magazine ha dichiarato: “Quello che è sicuro è che questa strategia tende ad abbassare la condivisione della musica delle etichette sulle playlist che invece investono risorse fondamentali per sviluppare la qualità dei loro artisti e della musica; così Spotify può abbassare i costi dei suoi contenuti e ridurre l’influenza delle etichette”.
Al secondo attacco Spotify ha rifiutato di commentare ulteriormente la questione.

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autore / Luca Lippi
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