Brienza (PdF): "La 'sovranità della famiglia' converrebbe anche agli immigrati

20 settembre 2017 ore 14:38, intelligo
Cosa chiede veramente la Dottrina sociale della Chiesa (Dsc) agli Stati e alle comunità a proposito dell’immigrazione e del diritto di cittadinanza? IntelligoNews lo ha chiesto al dott. Giuseppe Brienza, giornalista, dottore di ricerca in Scienze politiche dell'Università di Roma “La Sapienza”, che terrà una relazione in merito alla II Festa Nazionale de “La Croce quotidiano”, in programma a Riolo Terme (Ravenna) sabato e domenica prossimi. 

Brienza (PdF): 'La 'sovranità della famiglia' converrebbe anche agli immigrati
Cosa dice la Dsc a proposito del diritto di cittadinanza?
"Papa Francesco nel discorso ai partecipanti al Forum Internazionale “Migrazioni e pace” (21 febbraio 2017) ha sintetizzato nella maniera più efficace la visione cattolica sull’immigrazione e sul conseguente diritto di cittadinanza ricorrendo a quattro verbi, tutti fondati su altrettanti principi-cardine della Dottrina sociale della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Questo è stato interpretato come favore del Santo Padre verso una soluzione tipo lo Ius soli ma non è corretto. Qui e altrove Bergoglio ha rilevato anche l’esigenza, non rispettata soprattutto dagli Stati di ingresso extra-europei, di offrire a migranti e rifugiati possibilità di ingresso sicuro e legale. Sottolineo quest’ultima parola, utilizzata esplicitamente dal Papa: “legale”, dice il Santo Padre, quindi nessuno spazio alle invasioni incontrollate o ai flussi imposti. Come ha denunciato recentemente il presidente del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi, tolleranza zero per i “negrieri senza scrupoli” che hanno costruito un colossale business in combutta con alcune Ong compiacenti".
 
Molti hanno accusato Papa Francesco di promuovere una visione “immigrazionista”, è vero?
"Quando Bergoglio utilizza il verbo “integrare”, in termini di diritto alla cittadinanza, dice una cosa scontata, assolutamente in continuità con quanto insegnato dagli ultimi Pontefici. Rigetta, cioè, l’imposizione degli standard, spesso laicistici, imposti dalle legislazioni nazionali occidentali ai migranti e rifugiati. L’integrazione, infatti, ha scritto Papa Francesco citando San Giovanni Paolo II, non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005, 24 novembre 2004)".

Cosa rispondere invece a chi usa contro Bergoglio i discorsi di Benedetto XVI sul diritto ad emigrare ma anche quelli sul “diritto a non-emigrare”?
"Bisognerebbe ricordare che nella Dottrina sociale della Chiesa, così come in tutto il Magistero cattolico, gli insegnamenti dei Papi vanno letti per quanto possibile e interpretati secondo una linea di continuità e coerenza. Anche sul diritto della persona ad emigrare Bergoglio non innova e non fa altro che richiamare il Concilio Vaticano II. Quello ad emigrare, infatti, è iscritto esplicitamente tra i diritti umani fondamentali dalla Costituzione conciliare “Gaudium et spes” (n. 65). Lo stesso Benedetto XVI, parlando del “diritto a non emigrare”, riprende concetti ampiamente sviluppati prima del suo Pontificato. Che nel contesto socio-politico attuale, prima che il diritto di immigrazione, andrebbe riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ce l’ha ripetuto per trent’anni San Giovanni Paolo II. «Diritto primario dell’uomo - ha detto fra le tante occasioni Papa Wojtyla (in questo caso cito dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, del 1998- è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione». Bisogna quindi ricostruire una nuova stagione della cooperazione internazionale e disincentivare l'immigrazione dei “migliori” verso l'Europa. Non risolveremo mai il problema della povertà del mondo incentivando la migrazione dei poveri verso l’Italia o l'Europa". 

Veniamo alla nostra legislazione sulla cittadinanza, cosa proporre a livello politico oggi?
"Ricorro ancora a quanto Mario Adinolfi ha chiaramente specificato in materia, indicando 5 criteri da rispettare per chiunque voglia stabilirsi in Italia e chiederne di conseguenza la cittadinanza. Questi criteri, secondo il PdF, dovrebbero essere i seguenti: 1. padronanza della lingua italiana e conoscenza di leggi e costumi del nostro Paese; 2. rispetto della cultura cristiana che informa l’assetto fondamentale della società e dell’ordinamento nazionale; 3. accettazione dei simboli e delle cerimonie pubbliche provenienti dal cristianesimo; 4. riconoscimento del ruolo e della libertà della donna, paritari a quello dell'uomo, evitando qualsiasi forma di discriminazione che derivi dai costumi o dalle leggi di qualsiasi Paese di provenienza, incompatibili con la Costituzione italiana".

Siete quindi contrari al DDL in discussione sullo Ius soli?
"Direi proprio di sì. Sia perché ormai l’Italia rilascia oltre duecentomila passaporti l’anno, molti di più di Francia e Germania messe insieme, sia perché il disegno di legge in discussione, pur introducendo in Italia una forma temperata dello ius soli, scardinerebbe l’impianto stesso del diritto di cittadinanza. E suscita perplessità a mio parere anche dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Fra le altre cose, infatti, il DDL prevede un intervento automatico e obbligatorio dello Stato volto a conferire la cittadinanza italiana a tutti i minori stranieri che nascono all’interno dei confini del nostro Paese o che frequentano almeno cinque anni scolastici. Questo modo di procedere già esiste nel nostro ordinamento, ma è giustificato solo nei casi d’emergenza in cui lo straniero, per le circostanze particolari della sua nascita o del suo arrivo in Italia, rischi concretamente di rimanere senza alcuna cittadinanza cadendo nello stato di apolidia. Nei casi che prevede il nuovo disegno di legge i minori stranieri che nasceranno in Italia, o quelli che concluderanno un ciclo scolastico, possiedono già una cittadinanza e precisamente quella dei loro genitori. Sono dunque già organicamente inseriti, come famiglia, in una comunità nazionale, pur vivendo per varie ragioni in un Paese straniero. In questi casi dunque lo Stato interverrebbe all’interno della comunità famigliare sostituendo automaticamente e obbligatoriamente una cittadinanza con la propria, quasi ci fosse stato di emergenza e necessità, come nel rischio di apolidia. Ciò non è e, cosa ancora più grave, avverrebbe senza consultare la volontà dei genitori del minore con una ulteriore picconata a quella “sovranità della famiglia” che, già da tanti punti di vista (su tutti la scuola) andrebbe piuttosto rilanciata. Per il bene di tutti. Anche degli immigrati regolari".

autore / intelligo
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