Minorenni violentano 13enne, intervista al sociologo Bovalino: "Generazione cancella e riavvia"

24 marzo 2017 ore 16:00, Andrea De Angelis
L'Italia si indigna, si mostra sgomenta dinanzi a quanto emerge dalle indagini in quel di Giugliano, comune del napoletano. Un tredicenne disabile sarebbe stato al centro di numerose e ripetute violenze ad opera di altri minori. Una storia terribile, che il sindaco del comune per primo ha definito "atroce". IntelligoNews su questo ha sentito il parere dello psichiatra Crepet, della criminologa Bruzzone e ora propone una riflessione squisitamente antropologica del sociologo Nuccio Bovalino...

Cosa c'è dietro la violenza nei confronti di un tredicenne disabile?
"Non è una azione violenta per affermare la propria forza o il proprio predominio. È altro. Vi è in questo gesto, se fosse comunque confermato, una forma di patologia esistenziale più complessa. Fare violenza su un coetaneo a quella età può essere il modo di vedersi riconosciuti come leader, come qualcuno da temere. Nel caso specifico la violenza viene però compiuta da un gruppo, ma ancor più assurdo su un disabile. Non vi è sforzo, non vi è agonismo, non c’è la lotta per stabilire chi è il più forte. L’Altro, per la psicologia, è uno specchio che riflette noi stessi, noi ci riconosciamo attraverso di esso, abbiamo piena coscienza di chi siamo tramite la relazione che instauriamo con gli altri". 

Minorenni violentano 13enne, intervista al sociologo Bovalino: 'Generazione cancella e riavvia'
Ha a che fare con il disagio anche territoriale?
"Fare violenza su quel bambino disabile è un modo di sublimare le proprie fragilità divenute mostruose, di liberarsene per pochi istanti, condividendo la loro mutazione in uomini oggetto che fanno violenza su un essere umano ridotto a oggetto. Non vi è umanità in questo gruppo di ragazzi, ma vitalità mortifera, un modo di sentirsi vivi condividendo il proprio essere morti simbolicamente.  È una condizione di disagio che non deve avere per forza radici familiari o territoriali, è un disagio generazionale di adolescenti che non hanno risposte alle loro urgenze formative, non hanno maestri, né punti di riferimento, e trasfigurano in maniera mostruosa tale assenza. Vengono educati alla vita da una folla indistinta costituita da anonime figure che ricavano dal mondo virtuale e reale. Hanno miti che sono perlopiù personaggi negativi, cinici. A volte irreali". 

Nel mirino può anche finire il rapporto tra virtuale e reale?
"Vivono l’esistenza in maniera meccanica, come fosse un videogioco, compiono gesti come robot impazziti e non si curano delle conseguenze, credendo di poter riavviare la propria esistenza come fossero degli smartphone. Cancella e riavvia. Vivono immersi in un presente privo di passato, e incapaci di proiettarsi nel futuro. Non hanno paura di ciò che fanno poiché la paura nasce dalla riflessione su ciò che può accadere, per loro esiste solo l’istante dentro cui si immergono come in un abisso che non da la possibilità di risalire". 

Eppure di bullismo se ne parla da tempo.
"Siamo nel periodo storico che conta la presenza del maggior numero di associazioni, organizzazioni, istituzioni, impegnate nella lotta contro il bullismo, contro la violenza di genere, per la tutela dei diversamente abili. Se questa imponente opera di sensibilizzazione ha fallito, mostrando quotidianamente la propria inefficacia, bisogna porsi delle domande e fare una torsione intellettuale. Il problema è complesso ma ha certamente radici più profonde di un semplice disagio individuale o territoriale. È un chiaro segno di uno spirito del tempo, nel quale la parte violenta presente da sempre e in ognuno, viene fuori nelle modalità e nei settori della società dove si crede possano essere presenti maggiori anticorpi. 

Le violenze sarebbero avvenute, si legge, anche su un campo di calcetto.
"Il campo di calcetto è il luogo dove simbolicamente ogni adolescente impara a stare insieme con i coetanei, a trovare la propria dimensione, a confrontarsi, misurandosi in maniera agonistica ma giocosa. Se tale luogo diviene teatro di una violenza del genere, ai danni di un ragazzino disabile, vuol dire che il fallimento non è solo delle famiglie e delle agenzie formative, ma è in atto una mutazione antropologica che ha creato una generazione di adolescenti che si divide fra chi rinuncia  a esistere (penso agli hikikomori, giovanissimi giapponesi che vivono rinchiusi nelle loro stanze tutto il giorno a giocare con i videogame, rifiutando anche la luce del sole) e chi una volta gettato nella vita non ha più gli strumenti che gli consentano di individuare un limite, di avere una propria etica, diversa dal bigottismo morale, ma intesa come capacità di riconoscere la differenza fra lo scontro, che è a suo modo un aspetto della formazione  di ogni ragazzino, dalla violenza insensata inflitta sull'altro ma che nasconde l’urgenza di leggere nella sofferenza altrui la propria". 

Crepet in una nostra intervista ha detto che è tempo di punire chi commette simili atrocità.
"Verranno puniti, ma la ferita non è dentro di loro, ma nella realtà che vivono e li plasma. La ferita è originaria e appartiene a noi che contribuiamo ad alimentare modalità di esistere e affrontare la vita effimere e sradicate".

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