Che fine hanno fatto Simona Parri e Simona Torretta, le “due Simone”?

25 settembre 2017 ore 9:59, intelligo
Antefatto. E’ il 28 agosto del 2004 quando un commando armato fa irruzione negli uffici della Ong "Un ponte per...", a Bagdad, e sequestra Simona Torretta, 29enne romana e Simona Pari, anche lei 29enne, riminese. Insieme a loro sono portati via anche due impiegati iracheni che lavorano lì, Raed Ali Abdul Aziz e Mahnaz Bassam. Il giorno dopo arriva la rivendicazione del rapimento ad opera di un gruppo che si firma" Ansar El Zawahri" (I partigiani di El Zawahri), e che annuncia anche una serie di possibili azioni contro l’Italia e gli italiani. Immediatamente, a palazzo Chigi l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi convoca un vertice tra maggioranza e opposizione. L’opposizione, pur non appoggiando la presenza militare italiana in Iraq, sostiene che sia necessario intervenire per salvare gli ostaggi e, da questo punto di vista, offre massima collaborazione al governo che, già il 9 settembre, spedisce Margherita Boniver, all’epoca sottosegretaria agli esteri, in missione in cinque nazioni mediorientali allo scopo di sondare il terreno e di trovare eventuali appoggi per la difficile trattativa che si prospetta. 
Che fine hanno fatto Simona Parri e Simona Torretta, le “due Simone”?
Poi, il 10 settembre, arrivano le richieste dei sequestratori: “Vogliamo un impegno dell' Italia a liberare immediatamente tutte le prigioniere musulmane nelle carceri dell' Iraq senza alcuna condizione in cambio di pochissime informazioni sui due ostaggi italiani. E diamo un termine di 24 ore al governo italiano per rispondere alle nostre richieste".  In Italia, per tutta risposta, si succedono appelli e fiaccolate, mentre servizi segreti e diplomazia lavorano per trovare uno sbocco alla difficile situazione senza spargimenti di sangue. 
Proprio per cercare di mandare avanti il più possibile le trattative, il ministro degli Esteri Franco Frattini fa un appello affinché venga rispettato il maggior riserbo possibile sulle questioni operative per giungere alla liberazione delle due rapite. Così, arriva in Italia il viceministro degli esteri iracheno, Hamid Al Bayati che davanti ai giornalisti sostiene come le due ragazze italiane possano essere state “vendute” ad un gruppo legato ad Al Quaida in Iraq, Abu Musab Zarqawi, che le avrebbe condotte in una prigione a Falluja. Ma già due giorni dopo, il gruppo di Zarqawi  destituisce la notizia di ogni fondamento. E mentre il direttore del Sismi, Nicola Pollari, in un’intervista sostiene di avere pressoché la certezza che le ragazze siano vive, il 23 di settembre un gruppo che si definisce "organizzazione della Jihad", su un sito web, annuncia di avere ucciso "le due italiane" non avendo l'Italia accolto la richiesta di ritirare le sue truppe dall'Iraq. 
Dopo un paio di giornate di grande scoramento, il quotidiano kuwaitiano Al-Rai Al-Amm, citando fonti irachene “fidate e ben informate”, afferma che le due italiane sono vive e che, “sarebbero state trattenute sempre in conformità con i precetti della Sharia (legge islamica), che impone di trattare bene i prigionieri in guerra".  L’obiettivo, aggiungono, è quello di far  arrivare un messaggio chiaro al governo italiano, per fargli capire che il popolo iracheno è contrario all'invio di truppe italiane nel paese e che ne richiede il ritiro, così come ha fatto il governo spagnolo". Il quotidiano puntualizza anche che le due ragazze stanno sì bene fisicamente, ma che sono molto provate psicologicamente e che hanno un unico desiderio: poter tornare quanto prima libere a casa.
Il giorno successivo a questo comunicato, i servizi segreti statunitensi fanno sapere di aver intercettato la voce di una delle due italiane attraverso il sistema di controllo satellitare e il direttore dell’Al-Rai Al-Amn, in una dichiarazione pubblica, comunica che presto le due ragazze saranno rimesse presto in libertà perché il loro riscatto sarebbe già stato pagato, per un importo che si suppone sia intorno al mezzo milione di dollari. Una delegazione dell'Ucoii parte per Bagdad: «Da 24 ore è in corso una nostra missione in Iraq per cercare di arrivare alla liberazione delle due italiane» riferisce il segretario dell'Ucoii, Roberto Amza Piccardo. 

Finalmente, il 28 settembre 2004, Alle 17,30 la tv del Qatar Al Jazeera annuncia con una scritta in sovrimpressione che le due italiane sono state liberate. Le due giovani sono state consegnate all’incaricato d’affari italiano. Le telecamere di Al Jazeera mostrano l'incontro delle due giovani con il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, che in serata le riaccompagna in Italia con un Falcon 20, che atterra a Ciampino alle 23,15. Dopo l'incontro con i familiari e le autorità  tra le quali il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi  le due volontarie vengono trasferite in elicottero in Procura per essere ascoltate dai magistrati che si occupano delle indagini.
Questa è la storia per come andò, e nella quale non vi abbiamo riportato l’enorme numero di proteste che suscitò. 
Poi, subito dopo la liberazione delle due, se possibile, le polemiche aumentarono anche di tono, perché si voleva chiarire se davvero il governo avesse pagato un riscatto per le due, e di che somma si trattasse. In più, ad accendere gli animi, ci pensarono anche le due giovani donne che, praticamente appena scese dalla scaletta dell’aereo, sostennero che non vedevano l’ora di poter ritornare lì dove erano state rapite, e che spesero buona parte delle loro interviste ringraziano ben più i loro carcerieri che le autorità di governo e della Croce Rossa che ne avevano favorito la liberazione.

Da allora ne è trascorso di tempo, e delle due Simone che a un certo punto sembravano quasi essere le future candidate in parlamento dai partiti di sinistra, ma poi si sono un po’ perse le tracce

OGGI 
Di Simona Parri si sa che non ha interrotto il proprio impegno umanitario e sarebbe attualmente impegnata in progetti per i bambini nel Libano meridionale, una zona meno pericolosa dell’Iraq ma comunque sempre instabile, e verrebbe da domandarsi perché la Parri non riesca a trovare bambini da aiutare anche in Italia.  Anche la Torretta non ha desistito al richiamo di terre lontane. Dopo aver proseguito la sua collaborazione con alcune organizzazioni attive in Iraq, ha spostato il suo raggio d’azione prima in Africa e poi  in Guatemala, dove cura un progetto per orchestre giovanili in una zona ad altissimo tasso di povertà e criminalità. Secondo il progetto, si possono aiutare i giovani ad allontanarsi da un futuro fatto di degrado e delinquenza dando loro una passione che, col tempo, si possa anche trasformare in una concreta possibilità di redditizia occupazione. 

di Anna Paratore 
#leduesimone #chefinehanno fatto
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