La password della settimana: Parole per ferire

28 luglio 2017 ore 14:25, Paolo Pivetti
S’intitola “Parole per ferire” l’ultima fatica del linguista Tullio De Mauro, caro alla Sinistra, recentemente scomparso.
 Sono già stati pubblicati, negli anni passati, diversi repertori degli insulti, dizionari della maldicenza, lemmari della malavita. Niente di strano dunque se un linguista famoso come De Mauro ci offre un suo campionario di parole “pesanti”, di quelle che possono far male, dedicandovi un ampio studio. Ma perché l’intonazione vittimistico-moralistica del titolo con quel quel “per ferire” che sa tanto di collezione Harmony? La domanda già contiene un sospetto, che s’ingigantisce quando scopriamo che quest’ampio elenco fa parte della relazione finale per la “Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio” istituita e presieduta, attenti bene, da Laura Boldrini e dedicata alla deputata inglese Jo Cox, contraria alla Brexit, che fu assassinata da un neonazista prima del referendum britannico.
La password della settimana: Parole per ferire
Ah, vuoi vedere che sotto le delicate apparenze del manuale Harmony si nasconde il prontuario per una Santa Inquisizione Censoria sulla Lingua Italiana? Basta del resto leggere fra le righe l’articolo-recensione steso per il Corriere della Sera del 19 luglio scorso da Gian Antonio Stella: “Non un noioso elenco di offese e parolacce, ovvio. Ma una guida ragionata, dentro una relazione che sarà presentata alla Camera, e anticipata in parte mesi fa da Internazionale (periodico cartaceo/digitale fortemente inclinato verso sinistra n.d.r.) lungo l’itinerario dell’odio. Itinerario più complesso di quanto sia immaginabile”. Serve altro?
 Possiamo tralasciare i nutriti elenchi di “parole per ferire” contenuti nella relazione: ormai visti e stravisti insulti agli omosessuali, oltraggi alle donne, e ancor di più, insulti etnici.
 Servirà invece, per capire ancor meglio, una frase introduttiva dell’illustre linguista, frase dall’apparente ovvietà. “Può accadere - scrive De Mauro - che qualsiasi parola o frase, del tutto neutra in sé, in circostanze molto particolari possa essere adoperata per ferire”. Ma attenzione: questa è una porta spalancata a qualsiasi arbitrio censorio contro quelle parole che noi italiani c’illudiamo di poter usare liberamente tutti i giorni. Abbiamo già visto che fine hanno fatto vocaboli legittimamente italiani e appartenenti alla nostra storia come, per esempio, zingaro e clandestino.
 Ci siamo capiti?
autore / Paolo Pivetti
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