Che fine ha fatto Gabriele Lavia?

03 luglio 2017 ore 9:48, intelligo
Gabriele Lavia nasce a Milano l’11 ottobre del 1942 sotto il segno della bilancia che dovrebbe fare di lui un uomo equilibrato, cosa che proprio non è, anche solo per il fatto di essere un vero artista di talento. Sebbene sia uno dei maggiori registi e attori teatrali italiani, non sarà notissimo ai più perché svolge la maggior parte del suo lavoro lontano dagli schermi televisivi, ma lui stesso ha anche un occhio per la TV, su cui dice: “La guardo molto distrattamente. Già solo le inquadrature delle fiction mi annoiano, mi ripugnano. In teatro è più facile incontrare attori cani, in tv sono le attrici a essere le più inqualificabili”, e come puoi dare torto a Gabriele Lavia pensando a tutte le attrici del soap che più che parlare sussurrano, perché qualcuno ha detto loro che facendo così, risultano un filo meno terribili?
Cresce a Torino, dove la famiglia d’origine siciliana si trasferisce per il lavoro del padre, bancario. Da quel che sostiene, non sa bene quando sia nato il suo amore per il teatro e il bisogno di calcare le tavole di un palcoscenico, ma racconta un aneddoto di quando ancora bimbo suo padre organizza una trasferta da Catania a Palermo in bimotore per andare al teatro Biondo dove Gino Cervi sta impersonando il Cyrano. Racconta che il padre a lui e ai suoi fratelli aveva regalato un libro sul Cyrano meravigliosamente illustrato, e della sua grande aspettativa di ragazzino per tutti quegli spadaccini piumati. E la delusione, poi, per essersi annoiato a morte durante la rappresentazione, per ritrovarsi col padre a conoscere Gino Cervi in vestaglia rossa che li riceve in camerino e gli dà un buffetto sulla guancia. E si chiede se non sia stato proprio Gino Cervi con quel tocco distratto ad attaccargli l’amore viscerale, carnale, per il teatro.  Dice: “Essere attore è il mestiere più difficile che esista, una maledizione che ti pone di fronte alla tua impotenza e alla tua miseria. Io non posso fare a meno di recitare, perché per me salire sul palcoscenico significa provare a raccontare l’uomo, ma so anche che fare l’attore è impossibile.” Parole che sembrano contraddittorie, ma che in realtà rendono perfettamente il concetto interiore che un artista di grande levatura prova quando affronta il pubblico. Quando ti fa capire che per essere attori bisogna annullare se stessi e trasformarsi via via nel personaggio che si deve interpretare, sia esso Riccardo III, Don Giovanni o Amleto, proprio come sostenuto da Shakespeare. E sempre secondo Lavia, gli attori che sostengono di divertirsi o sciogliersi mentre recitano, sono da rinchiudere perché non hanno capito nulla di ciò che fanno.
Giudizi  durissimi, lapidari, che però sostiene di poter dare da quando oltre che attore gli attori ha cominciato anche a dirigerli ben sapendo cosa succede dentro di loro. Dice: “Io lo so, lo capisco. Perché sono stato Amleto, Macbeth, Edipo, Galileo, sono stato tanto di quel tempo in scena! E non credo nell’improvvisazione. Forse che Arturo Benedetti Michelangeli improvvisava quando suonava Chopin?” E aggiunge in una bella intervista che è quasi una confessione, rilasciata a IoDonna: “Ecco, quello che credo di aver compreso dopo tanto mestiere, quando pensavo che
Che fine ha fatto Gabriele Lavia?
non fosse più possibile andare oltre, capire altro, è che libertà è limitatezza. L’attore che fa Amleto è libero solo nell’Amleto. Questa è la mia visione: questo sentiero stretto che mi sono costruito e che percorro da tanti anni”. 
Anni iniziati nel 1963 dopo il diploma all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica.  Incredibilmente, parte dalla TV, recitando nello sceneggiato televisivo Marco Visconti accanto a Raf Vallone e Pamela Villoresi, per la regia di Anton Giulio Majano, nella parte di Ottorino Visconti. Piace, soprattutto alle ragazze che lo trovano carino, ma lui già è lontano e impegnato con il teatro. Nel 1969 è il Servo della casa di Laio in Edipo re per regia di Giorgio De Lullo, con Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer. E continua così, in una lunga carriera che lo porta nel 1983  a curare la regia di opere liriche come Les pèlerins de la Mecque di Christoph Willibald Gluck con Cecilia Gasdia nella Piccola Scala ,e nel 1984 la regia de I Lombardi alla prima crociata con Silvano Carroli, Ghena Dimitrova e José Carreras diretto da Gianandrea Gavazzeni. Poi, nel 2011, è la volta di Attila con Orlin Anastassov diretto da Nicola Luisotti.
Nell’arco della sua cinquantennale carriera, Gabriele Lavia è stato diretto a teatro dai maggiori registi italiani tra cui Giorgio Strehler, Giuseppe Patroni Griffi, Giancarlo Sbragia, Luigi Squarzina, Mario Missiroli, Marco Sciaccaluga, fino a diventare regista lui stesso, anche dietro una macchina da presa cinematografica, quando dirige Il principe di Homburg con cui nel 1984 si aggiudica il Nastro d’Argento come regista esordiente, e poi dal 1985 dirige Monica Guerritore, all’epoca sua compagna di vita, prima nel film erotico Scandalosa Gilda, poi del noir Sensi e infine ne La lupa. In teatro, come regista, aveva già fatto il suo esordio 10 anni prima, con l’Otello di William Shakespeare. 
Dopo varie esperienze cinematografiche a sua volta come attore, diretto da registi del calibro di Francesco Nuti, Dario Argento, Gabriele Muccino, Tonino Cervi, Giuseppe Tornatore, Pupi Avati, Francesco Maselli, Damiano Damiani e Mauro Bolognini, è co-direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma dal 1980 al 1987 per poi fondare nel 1989 con Giancarlo Volpi la Compagnia Lavia.  In seguito, dal 1997 al 2000 è direttore artistico del Teatro Stabile di Torino e del festival Taormina Arte nel 1993. Nel 2004 è il vincitore del Premio Olimpici del Teatro per la migliore regia e per il migliore spettacolo con L'avaro di Molière. Dal 2011 dirige il Teatro Stabile di Roma con sede all'Argentina. Nello stesso anno,  partecipa allo spettacolo Italialand nella puntata del 25 novembre, interpretando "La morte" che va a prendere Bersani e con cui poi giocherà a scacchi. Bersani è interpretato da Maurizio Crozza. In occasione del Giorno della memoria al Quirinale, il 27 gennaio 2012, Lavia ha letto un brano tratto da Se questo è un uomo di Primo Levi, nel 25esimo anniversario della scomparsa dello scrittore. Nel 2015 ha diretto il film Vita di Galileo.  Inoltre, nel corso della sua carriera, ha anche prestato la sua voce come doppiatore a  Hugo Weaving in V per Vendetta, Stanley Tucci in Il diavolo veste Prada, e ad   Al Pacino in Wilde Salomé. In tutto questo, Gabriele Lavia ha anche avuto una vita privata molto piena. Sposato due volte, la prima con Annarita Bartolomei che gli ha dato il figlio Lorenzo nato nel 1972, ha due figlie dalla seconda moglie, Monica Guerritore da cui ha divorziato, Maria, nata nel 1989 e Lucia nata nel 1992.
Uno dei suoi maggiori crucci? La chiusura del teatro Valle di Roma a cui è legatissimo sia come spettatore che come artista per avervi diretto la sua prima regia teatrale. 

Gabriele Lavia trova indecoroso che dopo 3 anni di occupazione, il teatro ne abbia subiti altri 2 di chiusura definitiva, e dice: “Credo sia un dovere morale della politica di ristrutturarlo e riaprirlo alla città. Il Valle non è semplicemente un teatro dei tanti, è un punto di riferimento, uno di quei “punti Aleph” che racchiudono tutti gli altri punti della nostra storia. È un polo di attrazione per l’intera zona dove sorge”.  A tutt’oggi, però, dopo tante promesse, non sembra che la Sindaca Raggi abbia in agenda un cantiere per il Valle. Probabilmente si dovrà aspettare ancora a lungo.

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di Anna Paratore
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