Flynn testimonierà, ma vuole l'immunità: parole profetiche un anno fa

31 marzo 2017 ore 20:36, Adriano Scianca
Non è un buon momento per Donald Trump. Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale americano costretto a dimettersi dopo soli 24 giorni per via dei suoi contatti con l’ambasciatore russo a Washington, potrebbe vuotare il sacco. Per dire cosa? Non si sa, ma se davvero sta contrattando la sua testimonianza con l'immunità, evidentemente ritiene di avere qualche asso nella manica. 

LA TRATTATIVA
Flynn testimonierà, ma vuole l'immunità: parole profetiche un anno fa
Il suo avvocato, Robert Kelner, ha reso noto che “il generale Flynn ha certamente una storia da raccontare e lui vuole raccontarla, se le circostanze lo permetteranno”. Che è un modo elegante per dire che il suo assistito vuole qualcosa in cambio. Il legale ha chiarito meglio il concetto: “Nessuna persona assennata che sia ben consigliata si sottoporrebbe alle domande in un tale ambiente altamente politicizzato, da caccia alle streghe, senza prima aver avuto rassicurazioni contro un procedimento non equo”. Il presidente della commissione Intelligence della Camera dei Rappresentanti, Devin Nunes, ha comunque fatto sapere di non aver ricevuto da Flynn alcuna richiesta di immunità. Secondo il Wall Street Journal, l'offerta sarebbe stata trasmessa dal suo avvocato alla polizia federale americana e alle commissioni di inchiesta della Camera dei rappresentanti e del Senato. Al momento, sostiene il Wsj, citando diverse fonti ufficiali che hanno richiesto l'anonimato, non è stata accettata. "Non si sa se Flynn abbia proposto di parlare di aspetti specifici del periodo trascorso a lavorare per Trump, ma il fatto che chieda l'immunità suggerisce che Flynn ritiene di potere ritrovarsi con problemi giudiziari dopo il suo breve mandato da consigliere della sicurezza nazionale", spiega il quotidiano, citando una fonte vicina al governo. 

RUSSIAGATE
Flynn, consigliere del miliardario anche durante le presidenziali, è stato costretto a dimettersi lo scorso 13 febbraio, ammettendo di avere “inavvertitamente dato informazioni imprecise” al vice presidente, Mike Pence, e alla stampa, sulle sue conversazioni con l'ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, con il quale ha discusso delle sanzioni americane contro Mosca mentre era ancora un semplice privato cittadino. Lo scorso anno, durante un'intervista alla Msnbc, Flynn disse che quando si chiede l'immunità “probabilmente significa che è stato commesso un crimine”. Il che ci dice qualcosa sulla sua attuale posizione. Nel frattempo lo stesso Nunes viene da più parti indicato come troppo vicino a Trump per guidare un'inchiesta credibile sul Russiagate. Secondo il New York Times, sono due dirigenti della Casa Bianca le sue fonti di informazioni sui dossier dei servizi che dimostrerebbero come collaboratori di Trump sarebbero stati “accidentalmente” intercettati durante la campagna elettorale. Il presidente ha accusato il suo predecessore, Barack Obama, di averlo fatto spiare. Insomma, una situazione da tutti contro tutti, che vede schierati l'un l'altro tutti i poteri dello stato americano. Un'inedito, da quelle parti, dove la lotta per il potere è sempre stata feroce, ma con un occhio di riguardo alle formalità istituzionali. Con Trump è saltato il banco e ora la faida interna si scatena a livelli tali che la stessa prosecuzione dell'amministrazione guidata dall'ex tycoon è messa a dura prova.
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