Che fine ha fatto Teo Teocoli?

05 aprile 2017 ore 9:51, intelligo
Teo Teocoli racconta di sé in un’intervista a cuore aperto con il Corriere della sera: «La facilità allo scontro mi arriva da un’infanzia difficile. Mamma veniva da una famiglia di giostrai, papà era andato in Marina sotto le bombe inglesi. Dopo la guerra siamo sbarcati a Milano, zona Niguarda-Fulvio Testi a quei tempi quasi campagna. Mamma cuciva in sartoria, papà non lavorava e non si vedeva mai, meglio perché quando arrivava mi picchiava di brutto: il classico padre-padrone. Ero un disadattato: di fronte al bidello in divisa ho pianto per ore, facevo fatica a scrivere e leggere, non capivo nemmeno il concetto di proprietà. Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi..! È un miracolo che sia arrivato a ragioneria perché non ho mai studiato niente, giuro. M’intortavo le prof, facevo ridere anche loro», e con queste parole Teo Teocoli tenta di spiegare quel dualismo interiore che ha segnato tutta la sua lunga
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e complessa vita;  quella sorta di sdoppiamento della personalità che lo voleva di volta in volta allegro, simpatico, empatico intrattenitore o uomo intrattabile, ribelle, inavvicinabile, sempre pronto allo scontro, volendo anche fisico.
Antonio “Teo” Teocoli nasce a Taranto agli inizi del ’45, sul finire della Seconda guerra mondiale, da genitori calabresi che si trovano in Puglia per caso. Di Taranto però non ha ricordi perché è appena nato quando papà e mamma decidono di rientrare nella natia Reggio Calabria, dove vanno ad abitare nel quartiere Sbarre, a due passi dalla stadio Granillo. Di quegli anni, Teo ha invece un bellissimo e vivido ricordo, che riporta sulla sua autobiografia e che fa essere Reggio Calabria la città che ha più amato: “Sbarre centrali, rione Marconi. Non era un posto dove circolassero limousine da quelle parti. Era un quartiere poverissimo. C’era anche il rione Marconi di Sopra. Perché più si saliva più aumentava la povertà. Lassù c’era un posto dove andavano a mangiare tutti i ragazzi, che si chiamava  ‘U caddaro. Perché serviva pasti caldi. Io vivevo una vita felice. I miei genitori erano partiti per Milano a cercare lavoro. Mentre io rimasi con mia nonna. Era una vita spensierata, libera. Mi nutrivo di quello che capitava, frutta soprattutto. Per mangiare la frutta dovevo arrampicarmi sugli alberi. C’era l’uva, ‘a racina sul tetto della casa, e mia nonna gridava perennemente: ‘Scindi, scindi che t’ammazzi, scindi figgiu’.” Quel periodo affidato a nonna Domenica, Mica per tutti, resta indelebile nell’infanzia di Teo, che ama ricordare anche i giorni belli al mare, a Calamizzi, più o meno dieci ragazzini scalmanati che si spostavano in branco con nonne, zie, parenti, cumpari e cumpareddi al seguito, a piedi, una passeggiata per modo di dire perché nella calura estiva sembrava non si arrivasse mai. 
Poi, come racconta sempre lo stesso Teo, gli anni belli terminano quando da Milano arriva l’ordine di portarlo su, dai genitori. Per accompagnarlo si avventura la stessa nonna Mica, che però a Milano ci resiste poco, e dopo un po’ se ne torna a Reggio. Teo invece resta lì, nel nord, dove per molto tempo lo chiameranno terrun, ma dove alla fine diventerà milanese d’adozione, salvo tornarsene a Reggio tre mesi all’anno, d’estate, almeno fino alla maggiore età, e anche se ormai i tempi della felice incoscienza si sono perduti.  Cresce Teo, e l’adolescenza non è un percorso facile, tra un padre assente, manesco, privo di qualsiasi empatia, e una madre segnata forse da troppi dolori, come la morte di un altro figlio di cui non parla mai. Frequenta saltuariamente la scuola, e lui per primo dice di non aver imparto né un mestiere né altro, salvo scoprirsi, da un giorno all’altro, “animale da palcoscenico”, prima cantante rock, poi attore di cabaret in quella fucina di talenti che fu il Derby di Milano. Racconta Teocoli: “[…] una carriera e una vita percorse camminando sempre solo. Perché non ho mai avuto l’opportunità di specializzarmi in qualcosa. Non sono mai stato in un ufficio, mai in una fabbrica, mai in campagna, non ho mai lavorato, in pratica non ho fatto un cazzo tutta la vita.” Sarà, ma se fosse stato proprio così, probabilmente Teo non sarebbe poi diventato il cabarettista, imitatore, comico e attore leggero tra i più famosi e apprezzati d’Italia qual è. 
Comunque, per farla breve, Teo inizia con il complesso I Demoniaci, e ottiene un contratto con l’etichetta Ricordi. Partecipa anche a qualche concorso musicale, e ottiene anche discreti riscontri. Alla Caravella dei successi di Bari conosce Wilma Goich, con cui ha una tenera storia d’amore. Entra ne I Quelli che diventeranno poi la Premiata Forneria Marconi, e dopo un successo con il 45 Una bambolina che fa no no no, entra nel Clan di Celentano. Quindi, nel 1969 è nel cast della commedia musicale Hair, insieme a Carlo De Mejo, Renato Zero, Loredana Bertè e Ronnie Jone.
Arriva dunque l’epoca del Derby, dove Teocoli si esibisce accanto a mostri sacri della risata, come Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Massimo Boldi, Diego Abatantuono e anche con il grande Enzo Jannacci. Inevitabile, come abbiamo già visto tante volte accadere, che il piccolo schermo lo scopra e lo attragga a sé. L'esordio televisivo avviene sulla rete lombarda Antenna 3, insieme al collega e caro amico Massimo Boldi; il programma è "Non lo sapessi ma lo so", del 1982. Da lì alla trasmissione leggera di maggior successo in quegli anni, Drive in, il passo è breve e, poco dopo a “Una rotonda sul mare” ecco che  Teo scopre un talento che non sapeva di avere, quello di creare “personaggi”  più o meno frutto di imitazioni che però diventano un vero e proprio must.  Partecipa alla trasmissione “Emilio” e crea il personaggio di Peo Pericoli, esagerato tifoso milanista dalle folte sopracciglia unite. Nel 1991 è con Gene Gnocchi e Gerry Scotti al Gioco dei nove, e protagonista della sit-com Vicini di casa, di Gino e Michele. Nel 1991/92 conduce Striscia la notizia, e poi con Gnocchi è su Scherzi a parte.  Poi arriva per lui e per i suoi personaggi una sorta di consacrazione quando presenta con grandissimo successo Mai dire gol, con la Gialappa’s Band, trasmissione che lo vedrà protagonista fino al 1995 quando per incomprensioni mollerà il cast, lasciandoci tutti orfani di indimenticabili personaggi, come ad esempio Felice Caccamo, giornalista napoletano di sport. 
La carriera televisiva di Teo, comunque, non vive interruzioni. Il comico è chiamato a presentare tante trasmissioni in prima serata e si può dire che tutte, al di là dello share complessivo, siano suoi successi personali. Da Quelli del calcio, dove lancia i personaggi di Cesare Maldini e Peppino Prisco, a Sanremo notte, da Francamente me ne
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infischio al 50° Festival di San Remo, da Paperissima a Sei un mito! Piace al pubblico, meno a chi lavora con lui, costretto a scontrarsi con il suo carattere duro e spigoloso. Col tempo, le inimicizie nel mondo del lavoro scavano intorno a Teo una sorta di solco tanto che lui sostiene di non trovare più spazio in TV.  Non se ne fa un grave cruccio, comunque, anzi, da un certo punto di vista e a sentirlo, è stato quasi un bene, perché tutto ciò l’ha riportato a teatro, a quel contatto diretto col pubblico che aveva preso a mancargli, e anche a quei panini mangiati in fretta insieme a una minerale mentre si viaggia da una piazza all’altra. E  il pubblico ancora una volta sembra gradire: lo spettacolo “Sono tornato normale” in cui Teo mette in scena i suoi esilaranti personaggi, registra il sold out in piazze come  Milano, Torino, Genova, Bologna, Brescia e Napoli.  In più, nel 2010 ha pubblicato per Oscar Mondadori “Io ballo da solo”, autobiografia comica divenuta presto un best seller della risata. 
Sposato con Elena Fachini da cui ha avuto Anna Adele Letizia (nata nel 1989), Paola (1991) e Chiara (1992), dice di loro che sono state le quattro donne più importanti della sua vita perché hanno avuto la capacità di portare nella sua esistenza quell’amore, quello “zucchero”, come lo ha definito Teo stesso, che vi era sempre mancato.

di Anna Paratore

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